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domenica 09 agosto 2020


Se anche Dongiovanni si stufa di sedurre come una volta

Analisi del capolavoro senza tempo già nelle mani di Mozart, Molière, Tirso de Molina e Lord Byron: qui, oggetti e abbigliamento ribaltano le carte quanto la sceneggiatura

26.03.2013 - Mariangela Ricci



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27 marzo: l'ultima occasione per vedere la riscrittura del Don Giovanni realizzata da Filippo Timi e presentata al Teatro Franco Parenti di Milano. Un'occasione extra-ordinaria, in quanto la data di oggi rappresenta l'ultima delle due repliche aggiunte a quelle inizialmente programmate al suono di un "a grande richiesta" di potenziali spettatori.

Non c'è da dare loro torto: Don Timi e la sua troupe lasciano al '700 dell'opera originaria quasi esclusivamente i nomi dei personaggi, creando una dimensione ultra-contemporanea da molteplici punti di vista: sociologico, psicologico, audio-visivo, di immaginario.

Le riflessioni  si teatro-trasportano dai luoghi del quotidiano al palcoscenico, piuttosto minimale nella scenografia (pochi oggetti di design e architetture stilizzate su uno sfondo prevalentemente costituito da teloni mobili e videoclip) e, contemporaneamente, abbandonano i corpi del pubblico per quelli degli attori, vere e proprie iconografie concettuali.

La costumistica, infatti, affidata a figure affermate nel mondo del Fashion Design (Fabio Zambernardi, creative director di Prada, in collaborazione con il designer Lawrence Steele) è centrale nella definizione dei personaggi e delle loro evoluzioni (o pseudo-tali) - come emerge, talvolta, anche dai loro stessi discorsi - ed estremamente funzionale per la buona riuscita di alcune imprese o piece teatrali, nei termini di un travestitismo esplicito.

"Esplicito" perché - tendenzialmente - la maggior parte degli abiti di scena rimanda all'ambito del travestimento, che si configura quindi come presente anche quando non dichiarato: in particolare, a dimostrazione di ciò, concorre la quasi onnipresenza del latex, nelle sue declinazioni più o meno esplicitamente sadomasochiste. Ma anche quando la connotazione sessuale non è il riferimento più diretto della scelta del materiale, quest'ultimo si presta ad attribuire una connotazione di artificialità ai personaggi, ad essere il segno tangibile di una sorta di scatola cinese: gli attori recitano un personaggio, e quest'ultimo recita una parte - nella sua vita "reale" - a sua volta. In questa casistica, rientrano personaggi come lo stesso Don Giovanni - che, nel corso dello spettacolo, si presenterà più volte stanco del suo ruolo di seduttore, fino a profilare una sorta di redenzione finale - ma anche Zerlina, la figlia della mugnaia che, con il suo vestito trapuntato di fiori di campo e il suo ingresso in scena su un carillon, lascia al pubblico il gusto di giudicarla come un'oca giuliva, per poi farsi portavoce di istanze femministe come il desiderio di un'affermazione lavorativa e di una parità sessuale nel suo conquistato ruolo di moglie. Non a caso, anche l'abito da sposa è in latex: prefigurazione di un rifiuto programmatico del ruolo di donna casa&chiesa.

Il caso della Zerlina-sposa rimanda ad un'altra figura femminile, quella di Donna Anna: promessa sposa di Ottavio, appare sulla scena in carrozzella, con delle scarpe punk nere e dalla zeppa altissime: tutti segni di una stasi forzata. Un'immobilità che assume i tratti di una sottomissione: Donna Anna subisce le violenze sessuali del padre. Alla morte di questo, infatti, riacquista l'uso delle gambe e ribalta il suo ruolo, da vittima a carnefice: nei panni della Padrona - classica figura del bondage - e armata di un nastro da ginnastica ritmica come frustra, schiavizza il suo neo-sposo, Don Ottavio - il primo dei personaggi da cui Don Giovanni si è travestito per cercare di portare a termine una delle sue conquiste, quella della stessa Donna Anna.

Il secondo caso in cui Don Giovanni si traveste avrà luogo in seguito, e troverà giustificazione nel desiderio di sedurre la nuova servetta di Donna Elvira, amante storica di Don Giovanni e irriducibile nel suo desiderio, ben raffigurato dal suo vestito rosso, lascivo di velluto, dalla gonna ampia - tanto da nascondere comodamente un uomo - e dalla coppa a punta del suo corsetto, come una Madonna ante-litteram. Ed è proprio per non farsi riconoscere da questa che Don Giovanni si scambia gli abiti con quelli del suo servo, Laporetto. Questi condivide lo stesso abbigliamento del servo di Don Elvira, Lodovico: per usare le parole di quest'ultimo, la loro comune natura di "finocchi senza gambo" è resa visivamente tramite un corsetto (ancora una volta di latex) e dei singoli calzoni al polpaccio, particolarmente vaporosi sulle natiche, dove presentano un effetto frisé: zoomorficamente delle papere, pseudo-oche nell'animo.

Il secondo travestimento di Don Giovanni imprime un'accelerazione alla storia e una coralità alle azioni dei personaggi femminili sovracitati: Donna Elvira, Donna Anna e Zerlina iniziano un inseguimento collettivo di Don Giovanni, ciascuna per motivazioni proprie: nel frattempo, il personaggio del seduttore vive una personale parabola ascendente, andamento segnato magistralmente dal suo abbigliamento, in particolare dal mantello - attributo costante del personaggio per tutto lo spettacolo. Ad un primo capo, realizzato interamente con parrucche da donna - collage di trofei esibiti con orgoglio - ne segue un secondo che segna l'apice negativo: un altro mantello, pastiche di pezzi di gonne e maniche di abbigliamenti femminili, dal quale Don Giovanni, rotolandosi e rantolando, non riesce a divincolarsi: che sia il segno di un'insostenibile leggerezza dell'essere e di un desiderio di redenzione? No, è solo una caduta da sgambetto: nella conclusione, dopo essere stato accolto sotto le gonne delle tre donne protagoniste, tutte di rosso vestite, Don Giovanni si tinge di passione anche lui - per la prima volta esplicitamente - e mostra il suo mantello più scintillante, sfaccettato nelle sue innumerevoli piume metalliche - come l'amore e la sessualità che mette in mostra.

Oggetti essi stessi di riflessione e volani di innumerevoli discorsi critici, tutti rivelati tramite lo smascheramento dello stereotipo: tanto più efficace quanto più alimentato ed instillato nel favore del pubblico - che ce ne sia bisogno, oppure no. 

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