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sabato 14 dicembre 2019


La corsa più importante della vita si gioca in punta di cuore

La storia di Giusy Versace, paratleta e scrittrice calabrese campionessa in pista e nella vita.

28.03.2013 - Simonetta Caminiti



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Capelli e occhi di velluto scuro, il corpo snello e sinuoso. Una carica ribelle e il brivido dell'emancipazione, dell'indipendenza, dell'essere sufficienti a se stessi e utili agli altri sempre. A 28 anni, Giuseppina "Giusy" Versace, imbocca con la macchina la Salerno-Reggio Calabria, decisa a rinunciare a una settimana di ferie (è la fine di agosto) per aiutare un cliente in difficoltà. Lavora nella moda e si chiama Versace, ma l'azienda da cui dipende non ha nulla a che vedere con la sua famiglia. Ecco perché la sua gavetta è stata quanto mai dura e il suo senso del dovere sempre in allerta. Un brutto sogno, quella notte: il corrimano di una lunga scala in pendenza che splende sotto la luna... e all'improvviso le falcia entrambe le braccia facendo zampillare ovunque il sangue. È solo un incubo. Ma presto sarà la sua vita. Quel giorno, sulla Salerno-Reggio-Calabria, un incidente sotto un acquazzone scaraventa la macchina di Giusy contro il guardrail, all'altezza di Cosenza: e ciò che dovrebbe salvarla (il guardrail, appunto) cede all'impatto con l'abitacolo dell'auto. Inghiottendo le gambe di Giusy, tranciando il suo corpo dalle ginocchia in giù.

È questo che racconta subito Giusy Versace, nel libro Con la testa e col cuore si va ovunque (Mondadori, 2013). La sua corsa verso un corrimano fendente: ma un'altra, che comincia lì, più importante e meravigliosa. La corsa controvento verso una vita nuova. Una storia d'amore che finisce, una famiglia unita e caldissima che aiuta Giusy ad accettare il suo corpo nuovo, la nuova se stessa e a portarla con sé «col cuore e con la testa», certo. Ma anche con le gambe. Gambe artificiali sulle quali Giusy si rimette in piedi, arrampicandosi dolcemente sulle sue preghiere e serbando un sorriso per tutti. Le «gambe» da mare, sono le prime, bianche e grosse protesi che sfoggia sulla spiaggia. I primi passi sono dolorosi da far piangere, come quelli della Sirenetta: ma val la pena stringere i denti. Giusy torna più forte di prima al lavoro, al volante, sul motorino, e a diffondere la testimonianza nella fede. Passo dopo passo, su quelle aste di ferro sotto i pantaloni che le reggono il bellissimo corpo, arriva un amore nuovo - il giovane Antonio, in piedi su una gamba e una protesi anche lui, bello come il sole, come lei - che la convince a sfidarsi ancora di più. Le protesi sono le stesse di Pistorius: due archi scuri che sbucano dai monconi. È la prima donna senza gambe a correre in Italia, la terza in Europa. Una pioggia di medaglie che le ricorda quanto quel giorno, sette anni fa, sotto una pioggia scrosciante e nel bruciore del suo stesso sangue, la vita là fuori la stesse trascinando più di qualsiasi paura o dolore.

Giusy ha appeso i tacchi sottili al chiodo e impugnato la penna: ha scritto con lo stile spassionato e nel contempo tenero della sua terra una storia di coraggio, un miracolo d'amore verso ciò che la circondava, e per quello che di certo l'aspettava. Inclusa la sofferenza: quel sentimento che, attraversato e plasmato, diventa una scia luminosa nella nostra vita. E in quella degli altri.  «Dario Argento non avrebbe potuto inventarsi una scena peggiore» scherza lei, a proposito del suo incidente. Ma è la ballerina di carta, col suo soldato di stagno, che occupano la pagina della sua vita oggi. E l'unica cosa che mette a disagio è la bellezza disarmante di questo abbraccio. 

 

 

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