Live Report: The Black Angels @ Circolo degli Artisti

+ Dragons of Zynth

08.12.2008 - Edoardo Iervolino

La storia dei Black Angels è riassumibile osservando le copertine dei loro due album, “Passover” del 2006 e “Directions to See a Ghost” di quest’anno: la prima bianca e nera, magnetica nella sua ripetitività, riassume al meglio l’attitudine psichedelica mai sepolta nel continente americano, con i suoi echi desertici e la sua ossessionante atmosfera da LSD; la seconda, di uno sgargiante verde-arancio, è rappresentazione della loro deriva ultima, quella depressa ma scintillante dei loro riff sempre più acidi e ripetitivi.
Il primo di Dicembre questo gruppo si è esibito dinanzi un buon numero di persone al Circolo degli Artisti di Roma, accolto con calore da alcuni fan giunti per l’occasione da tutta l’Italia centrale. Si presentano sul palco con la loro consueta formazione di cinque elementi, dominati dalla sezione ritmica vera protagonista della loro musica dal vivo.

C’è da fare un distinguo ben preciso: i gruppi d’attitudine psichedelica si trasformano sul palco, creando sonorità abbastanza distanti dai loro album, mettendo in risalto il suono sciamanico della batteria e delle percussioni, lasciando così le chitarre a creare tappeto e utilizzando il canto, non più come voce narrante del rituale espiativo, ma come strumento aggiunto.
La scena dunque è stata dominata da Stephanie Bailey, batterista fascinosa, che con il suo saltellare morbido sul rullante ha guidato i suoi verso i lidi lisergici a loro tanto cari e, a turno, da un altro membro della band che suonava una altra cassa per rendere ancora più incisivi i crescendo e le fasi di jamming psichedelico. Durante tutto il concerto, di cui è perfettamente inutile riportare la scaletta dato il genere da loro eseguito, le chitarre hanno accompagnato le ritmiche come fantasmi sonori che aleggiavano tra una rullata e l’altra. La voce, fortemente reverberata, circondava il pubblico con il suo timbro particolarmente acido. “Young Men Dead”, la prima canzone di “Passover”, è certamente il gioiellino della loro giovane carriera: la sua esecuzione on stage ha un tiro davvero mostruoso, con la batteria, come ampiamente già descritto, a comandare il suono e a domare il riff mortuario del brano. Sempre da “Passover” abbiamo apprezzato anche una splendida e malata “The Prodigal Sun”, depressa e ammiccante al punto giusto. Prove maiuscole di tutti gli elementi della band tra cui segnaliamo l’ottimo impatto del cantante e percussionista Alex Maas e del polistrumentista Kyle Hunt, spesso valore aggiunto con i suoi soli di chitarra effettata e le sue percussioni. Bellissima anche “Doves”, tratta dal loro album più recente, e allungata da una coda strumentale particolarmente efficace. Con quest’ultima ha spiccato “Science Killer”, terza traccia di “Directions to See a Ghost”, annuente variante della tipica psych song.

Il suono non ha dato mai appigli, chi non era abituato ad abbandonarsi completamente a questa musica drogata non ha potuto apprezzare a fondo l’atmosfera che si respirava su quel palco. I Black Angels ci hanno spiegato il loro concetto di musica, non hanno eseguito, semplicemente, le loro canzoni: sudore, acidi e isolate lande texane. Questi sono i Black Angels: o si amano, e si crede in loro, o si odiano, e li si ascolta con indifferenza. Come quei rituali degli stregoni condotti intorno al fuoco sacro di esoteriche divinità.

The Prodigal Sun