Recensione Musica: Metallica - Death Magnetic

12.12.2008 - Gabriella Scafuri

Titolo: Death Magnetic
Artista: Metallica
Etichetta: Warner Bros
Anno di uscita: 2008
Genere: Heavy Metal
Voto: 6
Capaci di dar sfogo a pensieri contrastanti, fragili eppure indistruttibili nel loro status di leggende viventi nonostante la loro produzione dalla metà degli anni novanta sia stata pesantemente criticata. Ma mai un loro disco era stato tanto atteso.
Sarà che quell’avvicinamento al nu-metal (dei primi anni ’00) del più recente “St. Anger” non aveva minimamente convinto, e così un vago senso di rivalsa domina l’uscita di quest’ultimo “Death Magnetic”. Prefiguratosi come il tentativo da parte dei Metallica di “tornare quelli di una volta” (ovvero, brutti e arrabbiati, almeno così apparivano negli anni ‘80) - e di adescare quei fan intransigenti che avevano gridato al tradimento - ne deriva un disco di thrash-metal tradizionalista, dove impera l’autocitazionismo.
Lo si intuisce già dal logo dell’album (tornato al vecchio stile con la prima ed ultima lettera a grandi dimensioni - la "M" e la "A" - che ricorda molto le copertine dei primi dischi) e dal singolo di lancio, “The Day That Never Comes”, ballata che spazia tra introduzione acustica classica, vocalismi pop e strutture prog-metal dai riff ricercati e ultra-tecnici (ennesima rivisitazione di “Fade to Black”?).
Ma pezzi come “Broken, Beat & Scarred”, prepotente nel suo incedere pieno di groove, e “All Nightmare Long” (brano alquanto battagliero, con stacchi imponenti e scadenzati) sono invece più vicine agli anni ’90. Sorvolando sull’originalità di “The Unforgiven III” e sulla buona ma ripetitiva irruente essenza trash di “The Judas Kiss” si giunge - rincorrendo il cliché dei dischi ‘80s - alla strumentale “Suicide & Redemption”. Quasi 10 minuti, ben articolati ma globalmente dettati dalla prova monotona di Ulrich. Chiude “My Apocalypse” che, nei pochi attimi di tregua, rievoca un Hetfield furioso (che afferma di non riuscire ad immaginarsi il giorno in cui smetterà coi Metallica, ma in realtà sembra quasi che continui a suonare per non suicidarsi, in attesa di tornare a casa ed attaccarsi ad una bottiglia di Jack Daniels); gli fa seguito un notevole assolo del chitarrista Kirk Hammett. Ma al di là delle intenzioni tanto smaccatamente immorali e commerciali, nel bene e nel male, è un disco dei Metallica. Nonostante la presenza del nuovo bassista (Robert Trujillo) e dell’operato di un produttore del calibro di Rick Rubin (Slayer, Sistem of a Down, Red Hot Chili Peppers) – senza menzionare la parvenza socio-intellettualistica del concept album sulla morte – suona (irrimediabilmente) come un deja-vù.

The Day That Never Comes