Live Report: Woven Hand @ Unwound

12.12.2008 - Giuseppe Pax├Ča

Pensavo che avrei assistito ad un concerto invece ho assistito, assieme alle poche decine di presenti, ad un rito sciamanico collettivo, ad una cerimonia.
Ma cominciamo dal principio. Sono arrivato all’Unwound in una piovosa e fredda domenica sera verso le 22.30. Il locale, pur nel suo stile minimalista e apparentemente scarno, è accogliente e confortevole. Nonostante qualcuno mi avesse messo in guardia sul rischio di ritardo abbondante, i Birch Book, gruppo spalla di Woven Hand, avevano già iniziato a suonare. Si tratta di un allegro trio neo-folk di Portland, Oregon (anche se nel disco che posseggo l’organico risulta di 5 componenti) dall’estetica simil-hippy il cui leader-cantante-chitarrista-armonicista si fa chiamare B'ee (o B'eirth…). Dal vivo mi fanno lo stesso effetto che su disco: bravi, piacevoli da ascoltare, ma sostanzialmente poco “incisivi”, niente di nuovo sotto il sole. Folk fine-sessanta rivisitato (ma neanche troppo) con tanto di tamburello suonato con trasporto. Ricordano il primo Devendra Banhart (i modelli di base sono gli stessi) ma meno freak.
Dopo la loro uscita non passano più di dieci minuti ed ecco apparire lui, David Eugene Edwards, allampanato e silenzioso figuro di nero vestito, lo sguardo algido e inquisitore che scruta la “folla”, fascia da indiano, unica nota di colore, alla fronte. Imbraccia la chitarra, si siede sul suo sgabello dal quale non si alzerà, se non per cambiare strumento, fino alla fine del concerto, e inizia a suonare ciò che si avvicina di più al concetto di musica sacra dopo Bach.
I primi pezzi provengono dall’ultimo Ten Stories e, sebbene su disco convincano meno rispetto alle cose precedenti, dal vivo sono splendidi, coinvolgenti, complice anche l’ottima esecuzione e l’acustica quasi perfetta, cosa piuttosto rara in locali della dimensione dell’Unwound. Il picco della prima parte del concerto è toccato da The Beautiful Axe, terza canzone in scaletta, per il quale ad Edwards, dopo un paio di pezzi in cui era accompagnato unicamente dalla batteria, si aggiungono la seconda chitarra a creare un potente wall of sound inedito per chi conosce i pezzi unicamente nella loro versione su disco, e il basso del bravissimo Pascal Humbert, fedele compagno dai tempi dei 16 Horsepower. Ottime anche l’indiavolata White Knuttle Grip e la tribale Kicking Bird.
Il meglio però deve ancora venire. La cerimonia arriva al suo culmine con i pezzi presi dal passato della band, in particolare da quel capolavoro assoluto che è Mosaic. Le ballate lugubri ed introspettive e le atmosfere che lo compongono raccontano la splendida desolazione dei paesaggi, reali o interiori, di quell’America in cui puritanesimo e riti precolombiani si mescolano per creare una nuova idea di religione. Non è il Dio da supermercato degli adesivi I Love Jesus sui parabrezza delle auto, dei cori natalizi, del Christian Rock al quale i 16 Horsepower prima e i Woven Hand poi sono stati a volte erroneamente accostati. E’ un Dio che non fa sconti quello di David Eugene Edwards. Nelle sue canzoni risuona la sua storia personale, le lunghe migrazioni giovanili al seguito del nonno, predicatore attraverso il Colorado, gli innumerevoli funerali al quale la nonna lo faceva assistere, l’idea di trascendenza con la quale prima o dopo ci troviamo tutti a fare i conti. E allora l’alleluia scandito con ripetitività rituale e voce profonda e turbata in Winter Shaker suona più come una minaccia che come un’esclamazione di giubilo. Le melodie oscure di Whistling Girl (mai avrei pensato che il banjo potesse suonare così minaccioso), e Dirty Blue, funestate da ombre e sensi di colpa (...There is a sorrow to be desired/To be sorrows desire), il Gothic Folk cupo ed affascinante che Nick Cave avrebbe voluto per il suo Murder Ballads che al confronto sembra lo Zecchino d’Oro.
Edwards ammonisce e declama come in un sermone, si lascia trasportare dalle sue stesse canzoni di una bellezza tenebrosa e mistica, chiude gli occhi, agita i capelli biondo platino, recita ogni parola con gestualità rituale, benedice il pubblico prima di uscire dal palco.
La chiusura di questa performance di grande intensità e magnetismo, dopo una brevissima pausa, è lasciata a due pezzi dei 16 Horsepower. Quando Edwards, dopo quasi due ore di concerto, prende il bandoneon e accenna le prime note della splendida American Wheeze, degno epilogo di una lunga liturgia, il pubblico esulta (a Edwards sfugge un mezzo sorriso, una delle poche interruzioni della sua autistica estasi religiosa) e si lascia condurre alla fine di questo viaggio dal suo sciamano/predicatore, la sabbia del deserto che scricchiola tra i denti, l’anima lacerata e purificata.

American Wheeze