Recensione : IAMX - Kingdom of Welcome Addiction

01.06.2009 - Edoardo Iervolino

Titolo: Kingdom of Welcome Addiction
Artista: IAMX
Etichetta: 61 Seconds
Anno di uscita: 2009
Genere: Synth pop
Voto: 5,5

 

Nel pieno della mania e della moda revival anni ’80 ci siamo voluti appropinquare al lavoro degli IAMX, band di Middlesbrough ora trasferitisi a Berlino per godersi la sempre vitale “elettronica”, genere bandiera della capitale crucca. La loro prima produzione risale al 2004 (“Kiss + Swallow”) e fin da allora le influenze del synth pop erano più che evidenti: i Depeche Mode sono i malcelati maestri della band inglese da cui riprendevano con orgoglio (e lo fanno tuttora) le atmosfere oscure e sintetiche dei loro colleghi certamente più celebrati. Oltre ai già citati, lungo le loro uscite discografiche, si sono avvicinati progressivamente ai Muse, ai Nine Inch Nails (quelli post periodo industriale) e in quest’ultimo anche agli ultimi Placebo e ai Ladytron.
Con la recente uscita di “Sounds of the Universe” dei loro padrini Depeche Mode, questo “Kingdom of Welcome Addiction” acquisisce un significato del tutto particolare: una sfida tra un gruppo, ricco di storia ma in evidente declino (quantomeno di idee), e i loro figliocci acquisiti che, senza un album degno di nota, a questo giro finirebbero nel dimenticatoio di chi non ha il synth nel cuore.
La premessa è d’obbligo: “Sounds of the Universe” non ci è piaciuto per nulla, questo “Kingdom of Welcome Addiction” è certamente migliore, ma anch’esso piuttosto incompleto. Gli echi dalla materia prima da cui traggono ispirazione sono troppo evidenti, le basi alla lunga sono piuttosto ripetitive, così come l’organizzazione strutturale di ogni singolo brano, complessivamente troppo ortodossi e manieristici. Certamente per quasi la totale durata di ascolto le atmosfere sono oscure, buie, malinconiche (cosa che farebbe molto felici i Bauhaus) e la scelta dei suoni è molto significativa, priva di sbrodolamenti inutile e lungaggini eccessive (piccole dilatazioni evitabili ci sono, ma nel complesso strutturano meglio l’atmosfera globale dei brani). Ci sono canzoni di spicco come la buonissima “An I for an I”, che ci colpisce per le sue basi digitali e il suo cantato appassionante, l’urbana “Think of England” tra Mr. Patrick Wolf e Robert Miles e la pacata ed intima “The Stupid, the Proud” con il suo incedere malinconico da “ultimo giro della giostra”. La migliore del lotto è forse l’iniziale “Nature of Inviting“, con la sua voglia di intossicarci con il suo fumo dark wave. L’altra faccia della medaglia è rappresentata dalla decalcomania dei Muse che spunta fuori nella terribile “I Am Terrified” (che globalmente risulta una versione avariata di Mr.Wolf) e nella scontatissima “The Great Shipwreck of Life” in cui ogni singola nota appare abbastanza scontata.
Un album di transizione, prodotto con innegabile ed oscura eleganza, che di certo avrà successo tra gli amanti degli ultimi Depeche Mode e dei Muse, che però non lascia il segno in nessun modo, nonostante gli innumerevoli sforzi che riconosciamo agli IAMX di piacere a tutti i costi. Ed è forse questo il motivo per cui non facciamo i salti di gioia. Sospendiamo il nostro giudizio in attesa del prossimo album che sarà quello che ci dirà la verità definitiva: rimarranno nella penombra oppure faranno il salto di qualità.