Recensione : Luke Haines - 21st Century Man

17.01.2010 - Alessandro Nalon

Titolo: 21st Century Man
Artista: Luke Haines
Etichetta: Fantastic plastic
Anno di uscita: 2009
Genere: Songwriter, Glam Rock
Voto: 6

 

Luke Haines, la mente illuminata che stava dietro a due dei progetti più interessanti degli anni Novanta (gli Auteurs e i Black Box Recorder), è uno che vive nel suo mondo di miti ed eroi, e di seguire le mode non ne  vuole sapere.
Questo suo nuovo lavoro solista è un doppio ambizioso e retro allo stesso tempo, in cui il nostro ritorna sui suoi passi riallacciandosi, con un piglio estremamente nostalgico e quasi autobiografico, a quel pop-rock anni Settanta da cui erano scaturiti i suoi Auteurs (quelli di “Chinese Bakery” per capirci). “21st Century Man” è infatti un excursus sulla storia musicale del ventesimo secolo attraverso gli occhi di un veterano del rock che con malinconia compone e arrangia melodie dal sapore di altri tempi. Glam orchestrale, folk rock psichedelico e qualche riff hard rock faranno sentire a casa propria chiunque sia cresciuto a pane e Marc Bolan, grazie a un pugno di ballate ben scritte e confezionate in una veste retro senza risultare troppo passatiste e stucchevoli. I picchi sono “Peter Hammill”, divisa tra magia folk in punta di piedi, “English Southern Man” e il commovente tour de force di quasi sette minuti della title-track, nonostante qualche sbavatura nelle linee di chitarra di quest’ultima.
Fin qui tutto bene, poiché il primo cd non presenta grossi difetti. Al contrario il secondo disco dell’album è un concentrato di art-rock pretenzioso e noiosissimo, con spoken-word dall’atmosfera gotica (la triade “The Great Brain Robbery”) e brani di scialbo rock Seventies che non fanno che sbandierare la bravura di Haines nello scrivere pezzi complessi per più strumenti, ma che palesano anche il suo scarso senso della misura (“Mother”, “Greenwich Observatory”).
Lavoro pregevole e peculiare, ma solo per metà: 7 al primo cd, 5 al secondo.