49° anniversario del Vajont: l'incuria e l'elaborazione della memoria

09.10.2012 - Enrico De Col

 

9 ottobre 2012: sono già passati 49 anni da quando una gigantesca ondata fuoriuscì dal bacino della diga del Vajont riversandosi su Longarone, Erto, Casso e Castellavazzo per un bilancio di 1910 morti. Oggi questa storia è nota: viene spiegata in tutte le scuole italiane, molti libri sono stati scritti per sviscerarne ogni aspetto, molti documentari o programmi tv sono stati trasmessi, molti spettacoli teatrali e manifestazioni commemorative si sono susseguite negli ultimi anni. Ma non è sempre stato così.

Per decenni a Longarone e dintorni c'è stata solo una ricostruzione materiale, non morale o sociale della comunità (e, per certi versi, questo processo è ancora oggi in atto). Forse perché il dramma fu troppo forte, in quanto ha sradicato legami personali e luoghi cari: è stato un trauma collettivo. Come dicono gli psicologi, sono state azzerate "le reti di conforto", di mutuo aiuto, perché sono state spazzate via intere famiglie e affetti, oltre che l'ambiente circostante, in un solo colpo. I pochi che si sono salvati hanno avuto provato quasi un senso di "vergogna", non si riusciva razionalmente ad accettare l'inaccettabile. Poi c'è stata la svolta. Prima, timidamente, con il libro della giornalista Tina Merlin Sulla pelle viva nel 1983. Poi con l'orazione civile di Marco Paolini sulla diga, trasmessa dalla Rai nel 1997: è stato lo spartiacque che ha risvegliato l'opinione pubblica italiana, ma anche la gente di Longarone, come se dopo 35 anni fosse arrivato il tempo di togliersi le "vesti funebri" ed elaborare finalmente il lutto. Poi è venuto il film di Renzo Martinelli del 2001, che non ha fatto altro che ampliare il messaggio al grande pubblico.

Da allora sono stati fatti grandi interventi e opere pubbliche, i visitatori nella zona (scuole, comitive, visite guidate, persone comuni) sono cresciuti a dismisura, quando prima magari la diga era solo una tappa di passaggio nel viaggio per andare nelle località montane di villeggiatura. Si è creato un turismo di massa della memoria, con tutti i pregi e difetti del caso. Presto poi sarà costruita una centralina idroelettrica che sfrutterà le acque di scarico della diga, che non presenta particolari problemi dal punto di vista finanziario o dell'impatto ambientale, ma ha creato dubbi sull'eticità di usufruire di quei luoghi simbolici.

Due parole sulla Giornata nazionale in memoria delle vittime dei disastri ambientali, istituita nel maggio 2011 dal Parlamento per ogni 9 ottobre a venire.  Seppur è doveroso (anche se tardivo) il ricordo ufficiale, la motivazione "causati dall'incuria dell'uomo", ha destato sdegno tra sindaci e cittadini legati al Vajont, che hanno chiesto a gran voce la modifica di quella dicitura. "Incuria" significa trascuratezza, come non rifare il letto della propria camera o non pulire la polvere del pavimento. Un termine debole, che non sottolinea la gravità, e sopratutto le responsabilità, di una tragedia causata dall'avidità e dal mero tornaconto economico. Come noto, pochi hanno pagato i loro crimini e Longarone ha avuto un risarcimento pubblico dallo Stato solo alla fine degli anni novanta.

Dopo quasi 50 anni le ferite sono ancora aperte e diverse domande sono lasciate senza risposta. Il Vajont (e anche le questioni legate a quello che è successo "dopo") resta ancora un argomento delicato, specie per chi l'ha vissuto e oggi ha i capelli bianchi. Ma, lasciando perdere le polemiche, il pensiero va e deve andare alle giovani generazioni di italiani. Quando gli ultimi testimoni non ci saranno più, loro saranno i custodi della più grave tragedia italiana in tempo di pace (ma non l'ultima purtroppo). Loro dovranno conoscere e trasmettere quei valori che li spingeranno a non dimenticare e non rifare mai più gli stessi errori e scelte scellerate.

Come ha scritto Tina Merlin:

«Oggi tuttavia non si può soltanto piangere: è tempo di imparare qualcosa.»