M'P Approfondimento: Casablanca

30.09.2008 - Vincenzo Venerito

Il pretesto per una rivisitazione  del cult movie Casablanca me l’ha fornito il libro  dell’etno - antropologo francese  Marc Augè  (Casablanca,  edizioni Bollati - Boringhieri pp.96, € 9,00) da poco in libreria.
Casablanca, scrive Augè,  appartiene  ai classici  che non invecchiano perché rimette in moto dispositivi mitici, temi ancestrali della narrazione : arrivi, partenze, fughe, viaggi: A Casablanca “ tutto è provvisorio, sentimenti inclusi”. Bogart è un personaggio “altalenante tra passione, rancore, amarezza sino alla sublimazione finale quando rinuncia stoicamente alla bella per riabbracciare  la lotta antifascista”.
La lotta di liberazione, pur facendo da cornice  ad un intreccio romantico-passionale è il messaggio che il film diretto da Michael Curtiz vuole diffondere.
In effetti, essa è il fulcro di tutto l’impianto narrativo se si pensa che il film, prodotto nel 1942, rappresenta, forse, l’operazione più riuscita della propaganda americana per liberare l’Europa dalla morsa nazista. Una storia di passione nata  mentre i tedeschi stanno per invadere Parigi e  che prosegue con la fuga di Rick  verso Casablanca, la città  del Marocco(  zona franca ) governata dal regime  filo-nazista di Vichy.  La città araba è un crocevia di spie naziste, fuoriusciti antifascisti, avventurieri  ma soprattutto di gente di ogni rango sociale che possiede un  visto per “l’America” o che sogna di procurarselo con tutti i mezzi compresi quelli illeciti. Un  anelito di libertà e di benessere che solo quello sterminato Paese oltre oceano può assicurare. E’ singolare la scena di due anziani coniugi che tra loro tentano di parlare in inglese. Al che il cameriere(Leonid Kinskey), incuriosito, gli chiede il perché  la conversazione si svolge in una  lingua diversa da quella  familiare  e lei  candidamente risponde ” sa, ci alleniamo per trovarci meglio quando saremo laggiù”.
Uno degli episodi più suggestivi riguarda la scena  in cui  il maggior Strasser (Conrad Veidt)  per  affermare  la superiorità tedesca  a seguito di un diverbio  tra i suoi uomini e alcuni avventori patrioti del locale di Rick,  tra cui vi è Laszlo (Paul Henreid) ordina all’orchestra  di eseguire l’inno tedesco. Il capo della resistenza cecoslovacca, di contro,  appoggiato da Rick  fa eseguire all’orchestra  la marsigliese, l’inno nazionale francese. E’ un tripudio alla libertà. Lo spettatore che si immergeva in quell’atmosfera, riviveva  in un rapporto quasi liturgico il dramma che si stava consumando  e nel contempo la catarsi  per un mondo nuovo.
Oggi il film , come ha  scritto l’antropologo francese, è “una esperienza  più contaminata, mediata, condivisa; con nuovi rituali tutti da indagare”.