Recensione: Dall'altra parte del mare

La Shoah in salsa radical chic

14.03.2009 - Alessandro Pangallo

Titolo: Dall'altra parte del mare
Regia: Jean Sarto
Cast: Galatea Ranzi, Vitaliano Trevisan, Gordana De Santis
IMDB: --
Voto: 21/100

 

Una delle cose che riesce meglio a rendermi prevenuto nei confronti di un film è sapere che esso è stato finanziato con soldi pubblici. La finalità nobile dei contributi statali è quella di sponsorizzare progetti coraggiosi che non hanno la prospettiva di rientrare dei costi attraverso gli incassi al botteghino, ma che facciano bene al lato artistico del cinema più che al suo aspetto economico.
Questo Dall'altra parte del mare rema in direzione contraria a questo già discutibile principio: le tecniche sperimentali utilizzate nel film non solo non riescono nell'intento di educare un pubblico che troppo spesso si crogiola nei suoi gusti grossolani, semmai ottengono l'effetto opposto, dando un'idea sbagliata del cinema d'autore.
L'argomento trattato è quello della Shoah: una compagnia di attori viene assoldata per portare in scena uno spettacolo teatrale sui campi di sterminio. Quello che viene proposto allo spettatore del film non è lo spettacolo in sé, ma i momenti antecedenti: le prove, il montaggio, la creazione della sceneggiatura, le esperienze di vita privata degli attori. Il risultato è un insieme magmatico di scene, in cui si alternano immagini dell'Olocausto, alcune scene dello spettacolo teatrale, un'intervista a una superstite dei campi di sterminio e la tragedia personale di Clara, attrice nonché co-sceneggiatrice dello spettacolo. Per dirla chiaramente: non c'è una vera trama, ci sono tante idee mese in scena, senza che nessuna di esse venga mai realmente sviluppata.
Questo film non va bocciato perché brutto, o almeno, non è quello il problema più grave. Questo film va stroncato per far capire che non deve essere questa la direzione che deve prendere il cinema italiano di qualità, un cinema che anziché educare il pubblico lo spinge ancora di più verso i prodotti più beceramente mass market. La spocchia che ogni fotogramma del film emana e che è ben riassumibile attraverso il personaggio del regista Abele (talmente spocchioso che sembra essere stato generato con un creatore automatico di luoghi comuni sui registi) ci dà l'immagine di un film pseudo-intellettuale, antipatico, biecamente moralista, che si giustifica continuamente ricordandoci che se non siamo in grado di essere shockati dalle immagini e dai racconti che vanno in scena è solamente colpa nostra.
A un certo punto un personaggio dice anche “ma cosa vogliamo fare? Ammazzare il pubblico?”. Una rea confessione del genere non lascia spazio ad ulteriori commenti.