La bobina interminabile. La cinemancia di Julio Bressane

Il cineasta apolide piĆ¹ brasiliano di tutti

10.04.2010 - Claudio Fora

Julio Bressane è il cineasta brasiliano più misconosciuto, emarginato e per un verso emarginatosi, contestato, rigettato anche dal cinema novo che si presentava come l'alternativa al conformismo ai tempi del '60. Prima amico e compagno artistico di Glauber Rocha, Sganzerla e compagni, Julio inizia, costretto, a viaggiare dappertutto per girare le sue opere che iniziavano ad essere considerate troppo fuori dagli schemi politici, come per ogni cineasta che non sopporta etichette. Il suo è cinema-cinema. Ama Godard, Debord, Carmelo Bene e il cinema delle origini. Onnivoro e antropofago ammiratore e seguace del primitivismo colto e masticante di Oswald de Andrade, si propone col suo cinema di mettere in parole-suoni-immagini brasiliane tutta la cultura, mangiata per una vita e digerita in colore carioca. Fautore della nuova cultura brasileira e amico di Caetano Veloso. Prende la nouvelle vague e la mescola con la telenovela. Considera la macchina da presa uno strumento di scrittura e uno sguardo che riveli tramite una sua grammatica specifica: la recitazione, la pittura, e soprattutto il suono e la letteratura subiscono un trattamento cinematografico, la sua arte e la cinemancia, alchimia dei materiali. Il montaggio è moltiplicatore e creatore di sensi. L'avanguardia storica è unita al porno, alla tv, al kitsch all'autorialità altissima. Dal suo primo Lima Barreto (1966), al successivo Cara a Cara, al '69 dei due capolavori più celebri O Anjo Nasceu e Matou a Familia e foi au Cinema, continua il suo cinema-rush, interminabile, coi 14 film dei '70, coi Bras Cubas, Tabù e I Sermoni di Padre Veira degli '80, per tutti i '90 fino alle sperimentazioni del nuovo millennio coi film su Nietzsche, per Antonioni, su Cleopatra e ancora. Sperimentatore solo di ogni cinema in ogni formato, in una bobina per sempre sbobinata.