LIBRI - "Cleopatra. Divina donna d'Inferno"

Antonella Rizzo dà voce con orgoglio e struggimento alla regina d'Egitto, restituendole con talento una dignità umana e storica inedita

13.10.2014 - Alessandro Staiti

Cleopatra

Vi racconto della mia morte
affinché possiate capire
che la gloria di una regina
è misera cosa rispetto all'Amore

Alla sua terza opera dopo Il Sonno di Salomè (2012) e Confessioni di una giovane eretica (2013), Antonella Rizzo sceglie questa volta il prosimetro (l'alternarsi di versi e brevi testi poetici) per raccontare la vicenda di Cleopatra VII, che Dante nel V Canto della Divina Commedia pone nel girone infernale dedicato ai lussuriosi "mosso dalla pietà verso la debolezza fatale che guida le scelte radicali centrate sul sentimento e sulla passione", come scrive la stessa autrice nella breve introduzione "Divina donna d'Inferno", augurandosi che "si esaurisca l'immagine di una Donna protagonista minore di un morboso connubio sesso e potere".

In un'alleanza simbiotica di alto spessore artistico Cleopatra e Antonella diventano una sola cosa: l'una parla con la voce dell'altra, l'una prova e pensa ciò che l'altra prova e pensa. L'una è il corpo, la passione e l'intelletto dell'altra, in una narrazione atemporale che diventa inevitabilmente momento presente. Dunque eterno, sottratto all'inganno del susseguirsi lineare di giorni e di notti, in una circolarità dell'essere perlopiù sconosciuta a chi fa della Storia un mero avvicendarsi di eventi.

Antonella riesce in un'identificazione carnale e corporea tra io narrante e io narrato che supera ogni dualismo, ogni finzione letteraria. La sua narrazione diventa sangue e corpo: "Ricordo quando il sangue tiepido si fondeva con il sudore delle mie gambe e atterrita dalla sorpresa e dal dolore lancinante avevo pensato di essere stata preda di una belva feroce nel sonno. (...) Anche il momento propizio alla semina mi avvertiva con segni inequivocabili e feroci. Un dolore sordo al fianco prima e poi all'altro che annunciava il germogliare del fiore sacro. E un'essenza vischiosa e chiara come la bruma del mattino". Gli unguenti e le essenze profumate che la regina fa applicare dalla schiava greca sulla sua schiena ambrata emanano così allo stesso modo i loro intensi effluvi da ogni parola dell'opera, come l'Amore che Cleopatra cresce dentro sé stessa verso il suo Cesare: "Avevo immaginato la passione esattamente in questo modo, come un cosciente abbandono a una forza sovrumana. (...) E Cesare lasciava sul mio corpo la traccia della sua venerazione rendendomi fertile come il fiume Sacro agli Dei".

Questa Cleopatra è una Donna completa e superiore: sovrana, bersaglio di macchinazioni politiche, e allo stesso tempo amante e madre capace di struggersi di passione ("Sto impazzendo/So che il veleno continuo era/solo brace per nutrire un amore destinato/a finire come tutte le cose del mondo), consapevole della propria avvenenza, ma ancor più di un raffinato potere di seduzione e fascinazione: "Ma quello che rese vulnerabile quell'uomo avvezzo alle vittorie su eserciti e donne fu il sorriso accennato, lo sguardo dritto e fiero e il fiume lento di parole che sgorgavano da una mente lucida e raffinata".

Una Cleopatra capace di rivelare anche la propria lucida visione del presente, con inaspettati squarci di cronaca: "Cesare intuì la necessità d'imporre il suo rigore a questo immenso formicaio e stava approntando un piano per rendere Roma lo stupore del mondo".

Antonella conclude l'appassionato diario di Cleopatra con un'inevitabile riflessione: "Lascio che la Morte, amica adorata, suoni trionfante lo strumento della vittoria e consegni quella verità ai miseri di spirito (...).
Ecco./Mi incanta l'ultimo,/caro respiro della bellezza/che vaga nelle stanze di Roma.

Splendido il canto del IV secolo a.C. conosciuto come "Inno a Iside" che Antonella pone a fine della sua opera:

Perché Io sono il sapere e l'ignoranza.
Io sono la vergogna e l'impudenza.
Io sono la svergognata; Io sono colei che si vergogna.
Io sono la forza e la paura.
Io sono la guerra e la pace.
Prestatemi attenzione.
Io sono la disonorata e la grande.