Morire per il pallone

19.02.2007 - Luca Paccusse

Stavolta il pallone si è sgonfiato davvero. Prima o poi doveva succedere in questi anni di eccessi e di scandali. Sembrava dovesse essere Calciopoli, l’estate scorsa a mettere fine alle sporcizie dello sport più amato in Italia. A bucare il pallone però, non è stato tutto ciò. Un morto - anzi due - nel giro di una settimana, hanno fermato per un weekend il mondo del calcio e hanno imposto una seria riflessione su un problema che da tempo è davanti agli occhi di tutti: la violenza negli stadi. A rimetterci la vita in quello che dovrebbe essere solo un gioco, sono stati un dirigente di una squadra dilettantistica, nel corso di una rissa negli spogliatoi e, pochi giorni dopo, un ispettore di polizia durante gli scontri tra ultras e forze dell’ordine al termine della partita Catania-Palermo.
La violenza negli stadi purtroppo non è una novità. Ogni domenica succede qualcosa. Ora un petardo, ora uno scontro tra tifoserie o con la polizia, per non parlare di bombe carta, coltelli, spranghe e striscioni da fare invidia ai gruppi fascisti o razzisti più estremisti. E anche i morti non sono una novità. Già dodici anni fa ci aveva rimesso la vita un tifoso del Genoa. Anche allora il calcio si era fermato per una giornata. Poi niente. La lezione non è servita, evidentemente. Forse perché in tutto questo tempo una vera e propria lezione non c’è stata. Mettere in azione la polizia per fermare gruppi di violenti rilasciandoli subito dopo a scorazzare tranquillamente o emanare leggi per mettere a norma gli stadi italiani e per scongiurare episodi di violenza salvo poi aggirarle in ogni modo, non ha risolto nulla. Basti pensare che fino ad ora il campionato è andato avanti a suon di deroghe per gli stadi. Senza quelle non si sarebbe potuto giocare, non col pubblico almeno.

E’ ciò che invece succederà ora, secondo il decreto varato dal Governo a seguito dei fatti di Catania. Gli stadi in regola per la serie A, infatti, sono solo sette, tra cui Roma e Torino. Tutti gli altri, compreso quello di Milano, non potranno ospitare tifosi. Quindi senza le deroghe, gare a porte chiuse e la partita si guarda in tv. A proposito di tifosi, saranno vietati razzi e fumogeni dentro e fuori lo stadio e verranno adottate misure più dure nei confronti dei violenti, anche per quanto riguarda la flagranza differita. Inoltre verrà tolta qualsiasi possibilità di rapporto economico tra i club e le tifoserie. Meno potere alle tifoserie organizzate e maggiori possibilità di identificare i singoli grazie anche ad un maggior uso delle telecamere di sorveglianza che ad oggi non tutti gli stadi hanno.
I presidenti delle società storcono il naso per le partite a porte chiuse, anche se hanno scongiurato un blocco del calcio prolungato ulteriormente. Lo show deve andare avanti.
E’ durata solo una settimana la sospensione. Una lunghissima settimana di astinenza che potrebbe aver segnato l’inizio di un nuovo modo di gestire il mondo del pallone dal punto di vista della sicurezza.
Bisognerà vedere che conseguenze avranno nei fatti queste nuove norme. Una cosa è certa: così come il problema del calcio malato non si esaurisce affrontando questo importante aspetto, allo stesso modo il problema violenza non è limitato solo allo stadio. Sarebbe troppo semplice ridurre la questione in questi termini. E’ evidente che in questi teppisti mascherati da tifosi c’è qualcosa di più di una semplice rabbia legata ad una gara sportiva. C’è piuttosto un disagio sociale che sfocia anche in guerriglia urbana quando si presenta l’occasione. Nel nostro caso, l’occasione più frequente è la partita di calcio. Risolvere il problema della sicurezza negli stadi è già qualcosa, sperando che non si faccia più finta di non vedere o di considerare come normalità certi episodi finché non arriva un morto. Sarebbe uno spettacolo già visto, purtroppo.