CALCIO - Lazio, l'arte di perdere. Quale futuro per l'aquila?

Insanabile la frattura tra tifosi e società. La squadra in balia di se stessa. A rischio la stagione o la stessa esistenza?

10.03.2014 - Francesco Di Cicco

Lazio, la corda si spezza?

CHIUSURA TOTALE - La domenica vissuta in occasione di Lazio-Atalanta ha ufficialmente sancito il disamore (o l'eccesso di amore) dei tifosi della Lazio verso i propri colori, lasciando sola la squadra durante una partita decisiva per la corsa all'Europa League. La Lazio è sola. Questo è il dato incontestabile emerso al termine delle partite con Sassuolo e Atalanta, nelle quali la contestazione ha assunto forme diverse: pienone con gli emiliani, deserto con i bergamaschi. A memoria di chi scrive, è la prima volta che una manifestazione di piazza provoca la pressoché assoluta indifferenza verso quanto avviene in campo. Analoga sensazione di scollamento si respirava forse nelle ultime gare della sventurata gestione Chinaglia, quando una squadra con individualità di spicco come D'Amico, Giordano, Manfredonia e Laudrup (questi ultimi tre capaci di portare il Napoli allo scudetto o di salire sul tetto del mondo con la Juventus) scivolava in serie B a passo di record. O nelle profondità oscure della cadetteria, nella quale esanimi gestioni tecnico-societarie si dibattevano senza possibilità di tornare a riveder le stelle. Eppure, anche in circostanze così sportivamente drammatiche, più che di disaffezione si poteva parlare di rassegnazione nei confronti di risultati negativi. Nonostante le avversità il tifoso laziale teneva comunque duro, roccioso nelle sue incrollabili convinzioni.

APPEAL - I tempi cambiano, e non è neanche difficile comprendere i motivi che giustificano il profondo distacco attuale tra la Lazio e la maggior parte dei suoi tifosi. La Lazio non ha appeal, non fa presa sui giovani, ludicamente abituati a ben altri cimenti e bombardati di immagini vincenti delle grandi europee. L'ultima, massiccia identificazione giovanile risale ai tempi della super Lazio di Sergio Cragnotti, travolta dalla sua stessa grandezza, lanciata come Icaro alla conquista del cielo con ali di cera, dapprima accolta benevolmente nell'Olimpo e ripudiata quando divenuta ingombrante. Poi il baratro, le fiamme dell'Ade che minacciavano di incenerirla, fino all'avvento di un signore arrogante e dai modi non proprio forbiti che parlava di parametri, conti e moralizzazioni. Da allora la Lazio ha giocato dieci campionati di serie A, collezionando una supercoppa italiana (2009), due coppe Italia (2008-2013), un terzo posto (2007, beneficiando delle squalifiche di Calciopoli), un quarto posto (2012), un quinto (2011) e una manciata di piazzamenti tra la decima e la sedicesima posizione. Risultati soddisfacenti o troppo poco per le ambizioni della piazza?

GIOCO DELL'OCA - Su questa domanda poggia la frattura in atto tra i tifosi della Lazio. Da una parte appare indubbio che i trofei conquistati sotto la gestione Lotito costituiscano un risultato di rilievo se inseriti in una bacheca, quella biancoceleste, non propriamente ricca. Dall'altra non si può non osservare una specie di gioco dell'oca nel rafforzamento della squadra, stabile sui valori medi fino al 2010, quando si registra un'impennata con l'acquisto di Hernanes, astro nascente del calcio brasiliano, con un'operazione convinta e determinata. Sembra un segnale di innalzamento delle ambizioni, di una nuova progettualità, come confermato l'anno seguente dall'ingaggio del superbomber Klose (a parametro zero), del portiere Marchetti e del francese Cisse, giocatore potente quanto spettacolare. Nelle due stagioni, sotto la direzione tecnica dell'attuale mister Edoardo Reja, la Lazio sfiora entrambe le volte la qualificazione al preliminare di Champions League, cedendo nei momenti decisivi. Tuttavia, al momento di dare seguito e rafforzare la posizione ottenuta, Lotito esita, perdendo la spinta, mal valutando le carenze strutturali di una squadra ormai logora, contraltare di un settore giovanile che invece sprizza energia da ogni poro. Il mancato rafforzamento a seguito della cessione invernale di Hernanes, inevitabile considerate le scadenze contrattuali e le intenzioni del brasiliano, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, svelando strategie poco comprensibili, apparentemente basate su un mero "tirare a campare". La tifoseria è insorta e la protesta è sfociata spontaneamente, amplificata dai media. Tra i supporter laziali si rincorrono mille illazioni: da una sbandierata crisi finanziaria attraversata dalla società a presunte distrazioni di quote del bilancio in favore delle società che fanno capo al presidente. Ogni voce è strumentalizzata ad arte da coloro che non hanno mai visto di buon occhio questa società in modo da acuire la già vibrante protesta. Spezzando una lancia in favore del dissenso (senza la zeta, come nello striscione in Tevere in Lazio-Atalanta), viene da chiedersi come un bambino possa legarsi a una squadra assente dai grandi palcoscenici, che disputa le sue gare esterne in stadi logicamente ostili e quelle interne nel disinteresse generale, mentre le altre big italiane vanno a competere infrasettimanalmente contro Real Madrid, Barcellona, Bayern Monaco e Manchester United. Come può, questo tifoso in erba, appassionarsi alle sorti di una squadra citata solamente dopo la decima pagina del quotidiano locale, il cui nome ricorre solo in veste negativa nei telegiornali, mentre le altre grandi occupano le prime pagine su tutti i giornali sportivi e non?

TROPPE DOMANDE - In dieci anni, sotto la presidenza attuale, si sono succeduti 6 allenatori: Caso, Papadopulo, Rossi, Ballardini, Reja e Petkovic e tantissimi giocatori che non hanno di certo lasciato il segno nel cuore dei tifosi biancocelesti, alcuni ricordati solo in forma di dileggio. Per far capire il giro a vuoto strategico, oggi la Lazio è ancora diretta da Reja, alla seconda esperienza sulla panchina laziale, nonostante la precedente avventura non sia stata certamente caratterizzata da risultati straordinari. Non si è mai visto un progetto serio, mai uno spiraglio di luce, ma sempre e solo contrasti, alcuni a parole, altri a suon di carte bollate indirizzate a società, tifosi e tesserati. Tante, troppe domande che restano ancora oggi senza una risposta, come ad esempio:

- perché la società appare frenata nella promozione del brand Lazio che avrebbe disperata necessità di farsi vedere e apprezzare anche al di fuori del grande raccordo anulare?
- perché i tesserati che si trasferiscono in altre squadre conservano poi tanto astio nei confronti della società che li ha lanciati nel calcio che conta?
- perché far volare un'Aquila all'interno dello stadio Olimpico, inanellare giri di campo con Paul Gascoigne o celebrare maglie in onore di Piola, quando si tagliano i ponti con tanti altri aspetti della tradizione biancoceleste?
- perché non cercare sinergie economiche per garantire alla società un futuro più luminoso, che si tradurrebbe in ricavi maggiori anche per l'attuale presidenza? Non è una vergogna, non può esserlo se persino il Milan, una delle società più titolate al mondo, auspica l'inserimento di un socio di minoranza nei quadri societari...
- perché quando qualcuno ha provato a volare alto, come Cragnotti, è caduto in disgrazia o è stato costretto ad abbandonare la nave, lasciando la Lazio in balia degli eventi, mentre società altrettanto indebitate sono state mantenute in coma farmacologico fino al risanamento?
- perché la sola idea di far giocare la Lazio in uno stadio di proprietà si scontra inesorabilmente con mille difficoltà e impedimenti?
- perché il nome della Lazio esce sempre in occasione di qualche scandalo legato al mondo del calcio, i suoi tesserati esposti alla gogna mediatica come esempi negativi del sistema?
- perché la tifoseria organizzata si scioglie per protesta verso tessere del tifoso e altro, poi si ricompatta nonostante la presenza del medesimo documento, poi decide di appoggiare incondizionatamente la società per poi contestarla aspramente oggi?

E LE RISPOSTE? - Troppe domande che meritano una risposta, ma il vero problema è che risulta anche difficile trovare un interlocutore a cui chiedere conto di tutti questi interrogativi, limitandosi a discuterne nelle trasmissioni dedicate o nei bar. Perché il presidente Lotito non riesce a comunicare con la piazza, trincerato dietro un testardo assolutismo che evidenzia sintomi da sindrome di accerchiamento?

Non sarà forse che avesse ragione l'ex sindaco di Torino Castellani quando sosteneva che per una città come Torino, due squadre di serie A fossero troppe? Il basket ha insegnato che di fronte alla crisi, persino in realtà storiche come Bologna e Livorno è stato necessario sacrificare una delle società cittadine. In questa confusione, non vorremmo che lo scopo di una gestione fosse quello di tenere una società storica lontana dal calcio che conta, magari per realizzare un progetto abortito una novantina di anni fa?

QUALE FUTURO? - Proprio così, perché una società sportiva oggi sopravvive grazie ai suoi ricavi, in gran parte attribuiti dalle televisioni in relazione alla quantità di tifosi che riesce a coinvolgere. I parametri attuali di alimentazione sono praticamente bloccati da stime che orientano e convogliano il gradimento, cristallizzando di fatto la situazione. Il numero di tifosi aumenta in maniera apprezzabile solo se la squadra ottiene risultati, pena la disaffezione specialmente dei più giovani, i "clienti" del domani.
L'attuale situazione interna alla Lazio ha superato la semplice sofferenza, trasformandosi in agonia, una situazione senza ritorno. Un sinistro tiro alla fune tra la società ed i suoi tifosi, con la Lazio nel mezzo pronta a spezzarsi. Quale futuro attende l'Aquila?