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Monografia: Herbie Hancock (Seconda Parte)

13.05.2008 - Federico Romagnoli



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Crossings (Warner Bros, 1972) *****
La formazione si amplia, con l’ingresso di Patrick Gleeson al sintetizzatore.
Il peso dell’elettronica aumenta notevolmente, per merito sia di Gleeson, sia di Hancock, che utilizza effetti e pedali d'ogni tipo, modellando il proprio spettro espressivo in maniera più che mai stravagante.
Il primo lato è occupato da “Sleeping Giant”, jam di venticinque minuti che trabocca di sciami percussivi, pattern funky e pianoforte elettrico. Come “Wandering Spirit Song”, anche questo colosso termina in una coda ambient, che ne stempera l'accumulo emotivo.
Il lato B contiene due brani di Bennie Maupin, “Quasar” e “Water Torture”. Il primo è un folle miscuglio di fusion e stilemi science fiction, con rimbrotti spaziali di synth, basso saltuario, e fluttuazioni di flauto e tromba (liberi da sovrastrutture, ma colorati di un'ambigua piacevolezza lounge). Il secondo si apre con un pulviscolo di tastiere e percussioni, tenta un incedere cadenzato e viene quindi sopraffatto prima da squittii di tromba e pianoforte, poi da una cupa ondata di mellotron.
Esteticamente, questo corto circuito fra ricerca sul suono e distorsione percettiva rimanda ai grandi classici della fantascienza. Musicalmente, si tratta di un classico della prima fusion, quella antecedente alla cristallizzazione in seguito operata dallo stesso Hancock e da band come Weather Report.

Sextant (Warner Bros, 1973) ****½
Con l’aggiunta del percussionista Buck Clarke, la formazione diventa un ottetto.
"Rain Dance" si apre con una serie di oscillazioni sintetiche sulla scia di Morton Subotnick, ossia quanto di più impensabile si potesse incontrare sul sentiero jazz del 1973, e prosegue con una scarica di bollicine cibernetiche e suoni bizzarri, neanche stessimo guardando un b-movie. Con "Hidden Shadows" si riprende fiato: il suo sbilenco funk per piano, synth e mellotron, ripete essenzialmente i giochi di "Crossings" e "Mwandishi". Il lato B è tutto per "Hornets": venti minuti di batteria effettata, fiati che si sfidano in segnali animaleschi e tempesta elettronica a corredo.
Nonostante sia il disco meno melodico di Hancock, “Sextant” si spinge sino al numero 176 di Billboard: un risultato miracoloso considerata l'osticità del contenuto, ma evidentemente i dirigenti della Warner Bros erano interessati a cifre assolute e poco attratti da un trionfo relativo al pubblico di nicchia. Pochi mesi dopo Hancock passa alla Columbia.

Head Hunters (Columbia, 1973) *****
Ormai spinto da ambizioni sempre più alte, l’artista mira al grande pubblico. La band viene rasa al suolo e ricostruita da capo: stabile il solo Maupin, entrano Paul Jackson (basso), Bill Summers (percussioni) e Harvey Mason (batteria). Hancock si accaparra l'intero armamentario elettronico, fino a quel momento condiviso da Gleeson, e ciò segna una svolta drastica del sound: i synth non si prodigano più in disturbi e oscillazioni, ma in avvolgenti, contagiose melodie. Anche l'apparato ritmico imbocca una strada ben delineata: il funk permane, ma si irrigidisce, le strutture diventano ipnotiche, le variazioni nell'arco dello stesso brano vengono ridotte allo stretto necessario, rinunciando alla ricerca dell’effetto-sorpresa fino a quel momento tipica dell’avanguardia jazz. Si tratta a tutti gli effetti di musica elettronica basata sulla reiterazione: dal jazz, Hancock era passato a suonare qualcosa che nello spirito anticipava techno, house, hip-hop e un po’ tutte le musiche con base ossessiva e spersonalizzante che sarebbero giunte di lì a dieci-quindici anni.
Il capolavoro assoluto è "Chameleon": la leggendaria linea di basso suonata dal synth Odyssey (introdotto sul mercato dalla ARP nel 1972) rappresenta il più subdolo groove della sua era. La magia si protrae per quindici minuti, mentre Hancock sciorina assoli di synth e Rhodes rilassanti come non mai. Una riduzione del brano esce anche come singolo e ottiene un successo clamoroso: l'album schizza di conseguenza al numero 13 di Billboard e diventa il disco jazz più venduto di sempre dopo "Kind Of Blue" di Miles Davis.
Gli altri tre brani non sono da meno: la rilettura di "Watermelon Man" (classico di Hancock risalente al 1962) si protrae più sincopata che mai, guidata dal suono cartoonesco di Summers che soffia in una bottiglia; "Sly" (dedicata a Sly Stone) è forse il pezzo che insieme ai coevi dischi della Mahavishnu Orchestra definì i canoni fusion, propulso da un suono di tastiere morbido e velocissimo, tutto virtuosismi e senso estetico, mai a discapito della melodia; "Vein Melter" chiude l'album lenta e insofferente, e tramite misteriose rifrazioni Rhodes, ipotizza un capovolgimento dark della 'musica per ascensori’ in voga fino al decennio precedente.
In seguito rivalutato dai puristi del jazz che all'epoca gridarono allo scandalo, "Head Hunters" è il classico album capace di attecchire sul pubblico prima che sulla critica. I suoi brani, campionati o coverizzati negli anni a venire da una moltitudine di musicisti di diversa estrazione, meritano fino all'ultima stilla il successo che li ha travolti all'epoca e l'affetto che continua a venirgli tributato a distanza di decenni.

Thrust (Columbia, 1974) ****
L'ultimo disco significativo di Hancock, prima che il genio diventasse maniera. Maniera in vero già rintracciabile in questi solchi: ad esempio in "Palm Grease", che ricalca senza troppa fantasia lo schema di "Chameleon". E' però sufficiente un brano come "Butterfly" a giustificare l'ascolto. L'ultimo capolavoro di Hancock è una ballad lounge di undici minuti con un suono ovattato per l'epoca strabiliante (in parte merito della produzione di David Rubinson), graziata da folate di tastiere orchestrali e dagli struggenti assolo di Maupin.
“Thrust” bissa il successo di “Head Hunters”, ottenendo il medesimo piazzamento nella classifica di Billboard e imponendo Hancock come star ineguagliata dell'universo jazz.

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