Monografia: Felt (1986-1989)
09.02.2010 - Alessandro Nalon
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Il 1986 è un anno di iperattività dei Felt:
Ballad of the Ban
d (1986, Creation ***)
Ep di quattro brani e primo lavoro per la Creation, l’etichetta di riferimento prima dell’indiepop e poi dello shoegaze. L’ep è il primo capitolo del nuovo corso dei Felt, e la title-track, una scheggia impazzita di pop solare e malinconico (difatti è uno degli inni dell’indiepop inglese), sembra proprio parlare del distacco di Deebank dal resto del gruppo, tra una vampata di organo e un riff di chitarra strappacuore. Gli altri brani sono due dolci strumentali per piano (“Ferdinand Magellan” e “Candles in a Church”) e una ballata acustica (“I Didn’t Mean To Hurt You”), ma nessuno di essi è irrinunciabile ed efficace come la canzone che dà il nome al disco.
Dopo un debole album di strumentali eclettici ma irrilevanti, Let The Snakes Crinkle Their Head to Death (1986, Creation **), esce l’album più popolare dei Felt, Forever Breathes The Lonely Word (1986, Creation, ***1/2). Il disco è un tripudio di melodie solari, di gioia e di colori irradiati dalle note dello Hammond di Duffy, che ruba la scena alla chitarra, come in “Rain of Crystal Spires”, aperta da uno dei riff più vivaci di sempre, potentissimo ma delicato. L’altro capolavoro è “Down but not yet Out”, perfetta negli intrecci di chitarra e tastiera e impeccabile nel non rinunciare al retrogusto lisergico nonostante la melodia docile e di presa diretta, tra felicità e malinconia. Il disco non varia la sua formula nel corso della sua durata, se non per qualche virtuosismo (l’intricatissima “Grey Steets”), qualche tuffo nella malinconia più sincera (“All the People I Like Are Those that are Dead”) e suona forse troppo compatto e senza brani di spicco; ciononostante la sua aura leggendaria lo ha reso un classico della stagione d’oro dell’indiepop (per molti è il capolavoro dei Felt).
Poem of the River (1987, Creation, ***)
Classico, quasi antiquato nei suoni e nelle idée melodiche, il settimo album dei Felt scorre senza particolari sussulti, tra tenui ricami di organo e pianoforte dai colori pastello. L’eccezione è “Riding on the Equator”, uno dei loro apici assoluti. Il brano dura nove minuti, nel corso dei quali snocciola un assolo di chitarra intrigante e avvolto da un clima di eterna nostalgia. La voce e la tastiera, sempre in punta di piedi, sembrano non voler distogliere l’attenzione da uno dei più begli intrecci di due chitarre, che lasciano cadere una pioggerellina di note acute e dolcissime. I più attenti noteranno una somiglianza con le melodie romantiche che i Ride comporranno di lì a pochi anni.
The Pictorial Jackson Review (1988, Creation, **1/2)
Album delicato e dolce, allineato con gli standard dell’indiepop; la chitarra torna a sovrastare le tastiere, ma per il resto non ci sono grosse rivelazioni né canzoni eccelse, fatta qualche eccezione (“Under a Pale Light”, “Christopher St.”). Le ultime due tracce sono due strumentali jazzate che anticipano l’album successivo, Train Above the City (1988, Creation), album interamente strumentale a cui ha lavorato il solo tastierista Martin Duffy, mentre Lawrence si è occupato solo di dare un titolo ai pezzi.
(1989, Creation, ***)
L’ultimo album dei Felt segna il ritorno di un pop d’autore malinconico e avvolto in una coperta di delicatezza sognante; è anche il loro miglior disco dai tempi di “Forever Breathes the Lonely Word”. “I Can’t Make Love to You Anymore” mette in secondo piano l’organo (che fa capolino solo per un breve assolo) e sfoggia delicatissimi controcanti femminili e carezze di slide guitar. “Mobile Shack”, a un passo dal madchester sound che in quell’anno scoppiava a Manchester, introduce per la prima volta un synth; “Free”, per piano e chitarra, si aggancia al sophisto-pop d’alta classe degli anni Ottanta. È in questo che “Me and a Monkey on the Moon” differisce da tutti i precedenti album dei Felt: è un album ricercato e artefatto, dove l’intimità viene costruita a tavolino da una band sempre più consapevole della propria perizia
Tirando le somme, il periodo Creation ha dato molto meno in termini di album del periodo Cherry Red, ma è da considerarsi come una fotografia di un particolare tipo di pop anni Ottanta che il grande pubblico ha in parte dimenticato (gli Aztec Camera, i primi Everything but the Girl), un pop fatto di eclettismo, di armonie complesse ma con l’orecchiabilità in prima linea. Sommando le canzoni migliori (“Ballad of the Band”, “Riding on the Equator”, “Rain of Crystal Spires”…) ne esce comunque un “best-of” capolavoro.
Dopo lo scioglimento Lawrence ritornerà col progetto Denim negli anni Novanta, una one man band che suonava un britpop scarno, fatto di pezzi elementari e registrati a bassa fedeltà, legato al revival del glam rock degli anni ‘70. La sua ultima creatura musicale sono i Go-kart Mozart, gruppo indiepop legato all’estetica da cameretta, con strumenti giocattolo e canzoni sgangherate.
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