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All’Init di Roma abbiamo assistito non ad un concerto, non ad un semplice evento ma alla proposizione artistica di uno stile di vita. San Francisco è da sempre humus vitale per le divagazioni psichedeliche e le attitudini più multicolori d’America: pensate anche soltanto ai Jefferson Airplane/Starship e agli immortali Grateful Dead, tanto per essere banali e scontati. Volessimo essere di poco più sofisticati citeremmo i Red House Painters e i Moby Grape. Ma, certamente, l’influenza maggiore per la band californiana è da ricercare nel mood dei concittadini Quicksilver Messenger Service, vero gruppo di culto per tutti gli amanti del rock psichedelico e delle lunghe cavalcate acide di John Cipollina.
Ed è proprio da qui, dagli spazi lisergici creati dai riff di chitarra, che costruiscono i loro brani: poi, dopo l’aggiunta di una voce pigra timbricamente simile a quella del colosso Jim Morrison, la tecnologia fa il resto. Ecco la loro grandezza: gli Wooden Shjips riescono a far convergere le loro due anime, rock e elettronica/effettistica, plasmando un suono inconfondibile, grasso, stratificato, adatto per fughe strumentali improvvise, soli di chitarra e loop creati da synth, organs e giri di basso in loop costante. Fanno del tappeto sonoro il loro risultato finale, aggiungendo, strato dopo strato, nuove forme soniche.
E’ totalmente inutile parlare della scaletta, i concerti di questo tipo sono praticamente una traccia unica, oscillante, malsana. E’ stato curioso vedere dal vivo chi compone la band: il sosia di Gramsci alla batteria (Omar Ahsanuddin), King Buzzo dimagrito e di poco ripulito alle tastiere ed effetti (Nash Whalen), il Drugo Lebowski reduce da un rodeo ventennale (Ripley Johnson) e un ingegnere informatico della AMD al basso (Dusty Jermier).
On stage i Wooden Shjips riescono perfettamente a riprodurre la complessità di suono che abbiamo apprezzato su disco, tirando fuori, con decisione, la loro anima più rock, utilizzando come valore aggiunto l’insieme rumoristico. I loop usciti dalla mente di Mr.Whalen, disturbatore armonico, hanno fuso i cervelli degli spettatori, completamente abbandonati allo sciame sonoro dei californiani, abili nel non portare mai troppo per le lunghe nessuna traccia.
I momenti migliori sono arrivati laddove le effettistiche di chitarra riuscivano a seguire i tappeti elettronici, quando il suono si amalgamava ma non si confondeva, quando il viaggio interstellare accelerava portandoci nelle sue spire.
Dopo più di un’ora di concerto, denso e pregno di momenti di altissima musica psichedelica, gli Shjips lasciano il palco vuoto e le nostre orecchie piene di fischi post alto voltaggio. Un plauso all’Init per l’ottima scelta e per una fonica degna di tale nome.
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