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LIVE REPORT: Marc Ribot (Auditorium - Roma 23 marzo 2012)

30.03.2012 - Valerio Torreggiani



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Assistere ad un concerto di Marc Ribot è come intraprendere un viaggio su un selciato sconnesso, pieno di buche, di ostacoli e imprevisti di ogni genere. Un viaggio di cui è noto solamente il punto di partenza, mentre l’arrivo è imprevedibile, sempre riformulato, costantemente spiazzante.

Un viaggio nel quale l’ascoltatore viene tirato per i capelli e sballottato da una parte all’altra dall’inconfondibile stile chitarristico totale di Marc Ribot, che stavolta si esibisce davanti ad una Sala Petrassi, all’Auditorium di Roma, semivuota ma decisamente appassionata.

Anche se è noto alla maggior parte del pubblico per le sue collaborazioni e partecipazioni – per citare soltanto le più importanti Ribot è il chitarrista di Tom Waits, di Vinicio Capossela ed ha inoltre collaborato assiduamente con John Zorn e ha fatto parte, negli anni ’80, del collettivo The Lounge Lizards – il chitarrista del New Jersey quando si propone al pubblico come leader di una sua propria formazione, stavolta un quartetto, dà sfogo a tutto il suo incredibile estro creativo, esibendosi in uno stile musicale personalissimo, sempre molto riconoscibile, che unisce culture sonore anche molto distanti tra loro in un percorso sbilenco tra tradizione e innovazione. Immaginate il delta del Mississippi, con i suoi campi sterminati e i tramonti infiniti, sotto i bombardamenti dell’esercito giapponese di Philip Dick ne La Svastica sul Sole, ucronica creazione di un mondo post-bellico nel quale l’Asse aveva trionfato sugli Alleati.

Questo è l’obiettivo di Ribot: mettere in atto una profanazione sistematica delle sue radici musicali, ponendo la tipica struttura del blues, che è chiaramente percepibile all’inizio di ogni brano con la sua architettura di dodici battute e blue notes, in una prospettiva globale, inserendola nell’incontro, o per meglio dire nello scontro, con una molteplicità di stili musicali e artistici. La contaminazione cosmopolita è quindi la chiave di lettura con la quale interpretare tutta la produzione musicale di Marc Ribot. Non a caso il suo primo album, datato 1990, è intitolato Rootless Cosmopolitans, descrizione dei nuovi vagabondi culturali che la globalizzazione e la post-modernità hanno prodotto, e continuano a produrre, nei decenni a cavallo del cambio di millennio.

C’è quindi un continuo gioco alla destrutturazione, mettendo in campo tutto il proprio bagaglio culturale, che viene però tritato, setacciato, ribaltato e rivoltato contro sé stesso dal “trattamento Ribot”, che frulla tutto in un vortice che spazia dalla scala pentatonica al rumorismo più estremo, dal minimalismo alla dodecafonia, senza alcuna forma di rispetto o educazione. Si può trovare quindi Muddy Waters esplodere in una sghemba cacofonia metallica, mentre i blues di Magic Sam vengono frantumato e vivisezionati con cura scientifica, in un collage dadaista che si accompagna a momenti d’avanguardia pura, richiamando alla mente Giacinto Scelsi, Ligeti e Stockhausen, ma anche il post-punk newyorchese degli anni ’80 e, perché no, i miscugli melodici in bilico tra oriente e occidente di Ryuichi Sakamoto.

Assistiamo, così, attratti e stupefatti, alla celebrazione rock della discontinuità, degli accostamenti paradossali, al delinearsi mutevole e incostante di un monumento musicale allo straniamento e al contrasto. La musica di Ribot è un inno delirante che plaude all’esplorazione dei territori del possibile, un invito alla sperimentazione, un’ode dissonante alla curiosità che realizza l’utopia anarchica di una musica senza confini.

 

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