RECENSIONE - GattaMolesta - "Vecchio Mondo"
02.07.2012 - Giorgio Avitabile
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Impastano, scuotono, rovesciano ed infine vibrano. I Gattamolesta tornano nel 2012 con un album, “Vecchio Mondo”
prodotto ed edito dalla torinese Felmay, ed è un album che già dal primo brano sottintende un gran fervore, un gran
lavoro dietro le quinte che attinge da enorme calderone di sonorità. Il tutto legato dal filo sottile di una incontenibile
amarezza, dei continui (e sacrosanti) fendenti scagliati a tempo dei ritmi più disparati . Per l’arrembaggio contattano
diversi mondi sonori evocando in tutti i modi un atmosfera riot : fremiti gipsy, tarantelle e echi balcanici festeggiano
in quest’album scuotendo a più non posso ogni torpore. In questo burrascoso mare di suoni navigano a gonfie vele i
testi di Andrea Gatta e sciolte le metafore si dipanano idee, sentimenti e posizioni, non più tanto ideologiche quanto
estremamente pratiche ed attuali. Scavano e dissotterrano questioni che trascinano verso una visione tanto rabbiosa
quanto umana delle cose, delle contraddizioni del nostro tempo e degli esperimenti politici in gioco.
E’ un Cinghiale Matto che hanno in testa quando i Gattamolesta scrivono, arrangiano e compongono. Magari quel
cinghiale che rappresenta la forza creatrice e quella caotica energia distruttiva che produce scossoni e che pare
sia rimasta imbrigliata nei giochi di potere della nostra era sociale. E che violentemente scalcia per rimuovere
quell’abitudine di congelare ogni creativa alzata di testa. “ed è così che non ti permettono di creare una composizione
dettata dall'umore/che non si parli mai dei guai del dolce Belpaese, ne del tuo cuore che ne paga le spese”.
Se invece ipotizzassimo di concedere a ben Otto Orangutan, di cui uno particolarmente noto per la sua bassa statura,
il privilegio e l’onore di gestire gli affari di stato ci ritroveremmo in una sala illuminata in cui Moira Orfei autografa
copie de La Fattoria degli Animali di Orwell. E la folla ne rimarrebbe alquanto spaventata di questo pubblico gioco
circense fino a che qualcuno non si dimostri essere un antidoto naturale allo scompiglio plurimo premeditato. Uno
spaccato bandistico accompagna l’ingresso dell’ironico ed istrionico protagonista… “ed eccolo arrivar ed eccolo saltar
e hop hop hop hop hop hop hop/ed eccolo ballare sulle teste dei tiranni e consegnarli tutti all'aldilà”.
E cosa può fare l’uomo moderno, l’Uomo travolto, che non ha ne mentito ne recitato come coloro che han usato,
rovinato, reso svilito/il lavoro dei padri, la grazia della madri? Può affrancarsi, prendere le distanze da tutte le
malaugurate versioni dell’uomo moderno e concedersi il brivido della fantasia, quella fantasia che asciuga le lacrime
e che regala sorrisi. Ma l’uomo moderno non si concede nemmeno il diritto di arrendersi e rassegnarsi perché non si
può vivere per bastare.
Nell’attimo più Gogol dell’album (il Bordello è sempre presente) i Gattamolesta se la ballano frenetici e irriverenti,
sinceramente fieri di puntare i piedi e scatenare un vero Far West acustico, pronti a rovesciare tutto ciò che di
maldestramente poco umano c’è nel Vecchio Mondo: “mi da lo schifo questa viltà, mi da lo schifo la fattanza/
dell'odierna virtualità e le forme di formalità/i rampolli di federazione e l'immondizia dell'istituzione/il telegiornale e la
pubblicità, il malocchio e l'oppio dell'umanità”
Una rivoltellata vecchio stile pronta a svecchiare il mondo intero, i Gattamolesta cuciono abilmente album dopo
album un nuovo, candido, abito per l’uomo nuovo.
Voto: 7,5
Tracklist:
Cinghiale Matto
Il Figlio del Pueblo
L’uomo travolto
Otto Orangutan
Vecchio Mondo
Meno Candido
Moro
El Juego
L’ordre sans le pouvoir
Il fantasma di Portopalo
Povero Diavolo
Fragili e Maledetti
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