Un Nobel, ma quale Pace?
Sui meriti e le scommesse di Obama
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È stato consegnato ad Oslo il Premio Nobel per la Pace al presidente statunitense Barack Obama. Un Nobel che non entusiasma tanto chi apprezza quanto chi non apprezza Obama e il suo operato, e che fa storcere il naso al presidente stesso, desideroso di fare la pace, di costruirla attraverso la propria azione politica dando concretezza all'ormai classico Yes, we can piuttosto che di essere premiato per le intenzioni e per le poche note di cambiamento, sia pur importanti, che hanno caratterizzato i primi dieci mesi della sua amministrazione.
Già, perché in questi mesi Obama qualcosa di realmente e profondamente pacifista lo ha fatto.
Non tanto in Iraq, ove il ritiro risponde ad una doppia precisa volontà politica: da un lato, a quella dell'inversione di rotta rispetto alla guerra, criminosa dal punto di vista internazionale e destabilizzante da quello geostrategico, di G.W.Bush e del suo interessato entourage neo-conservatore, assecondati al tempo dell'intervento da un'opinione pubblica distorta dalla propaganda martellante e menzognera e da una comunità politica, pubblicistica e intellettuale ripiegata sul credo dell'elite dominante da cui Obama ha fieramente e sempre preso le distanze; dall'altro, alla logica del dimensionamento degli sforzi militari statunitensi rispetto ad obiettivi realizzabili e da realizzare di sicurezza e stabilizzazione, leggasi Afghanistan, da perseguire attraverso una concentrazione delle forze su uno scenario di guerra problematico e sottovalutato al momento della scellerata apertura del secondo fronte iracheno. L'Obama che ritira le truppe dall'Iraq è un Obama realista, che ha letto Kissinger e ha compreso a fondo i pericoli di un nuovo doppio Vietnam e di un imperial overstretch, che antepone l'interesse nazionale e l'analisi razionale al crociatismo e all'interesse particolare di chi a Washington la guerra all'Iraq ha deciso di compierla consapevole, oltre che dell'infondatezza delle argomentazioni a suo sostegno, dei rischi cui si andava incontro. Ed è lo stesso Obama che, in sintonia con questa analisi, decide di aumentare le forze in Afghanistan, perché tenere aperto un fronte senza un intervento adeguato significa mandare dei soldati a morire senza una possibilità di successo e stabilizzazione sostanziali, significa tenere un popolo tra due fuochi, massimizzando le sue sofferenze nell'idea di minimizzare i propri costi di intervento.
L'Obama pacifista è l'Obama innovatore radicale della condotta statunitense rispetto al conflitto israelo-palestinese. È l'Obama che fa del riconoscimento della sovranità nazionale palestinese un pilastro della propria volontà di pacificare il Medio Oriente talmente fondamentale da portarlo a denunciare la fondamentale violazione di tale diritto costituita dai nuovi stanziamenti israeliani in Cisgiordania. Un Obama che, primo Presidente statunitense, riconosce non solo i diritti ma anche e soprattutto i doveri di Israele nella costruzione di una pace reale, frutto di confini e diritti reciprocamente riconosciuti e rispettati tra israeliani e palestinesi.
Rimane il fatto che tutto ciò è ancora poco per veder riconosciuto al capo di Stato della maggiore potenza del pianeta un premio dato in passato anche a chi con il proprio impegno politico ha direttamente rischiato la propria vita per la pace. Certo è che questo premio pesa adeguatamente talune posizioni politicamente "pericolose" di Obama, che si è con merito pronunciato in modo chiaro su contesti delicati perseguendo finalità di pacificazione superiori. Ed è un premio che pone su Obama responsabilità e attenzioni considerevoli.
Cosa aspettarsi da un premio Nobel per la Pace rispetto all'Afghanistan? Un ritiro, una accelerata exit strategy? Come potrà Obama non contraddire il proprio status di grande pacifista? Ciò che è certo è che Obama, in Afghanistan, andrà fino in fondo, per il fine della pacificazione, perché la prima scommessa della pace di Obama è proprio la capacità statunitense di pacificare l'Afghanistan. Torna l'eterno dilemma della costruzione militare della sicurezza e della conciliabilità tra mezzi di guerra e fini di pace, ed è anzitutto su queste dimensioni che si misurerà il successo di Obama statista e pacifista.
La seconda scommessa della pace obamiana è come è ovvio in Terra Santa. Obama ha aggiunto il bastone alla carota nelle relazioni con Israele, ha scommesso sulla possibilità di una pace attraverso i reali diritti dei due popoli essendo la posta - un superamento stabile del conflitto israelo-palestinese - molto più grande rispetto al rischio diretto di rimanere alleati di un Israele sempre meno filo-americano. In tal modo si è esposto al più grande dei successi, ma anche alla più profonda delle frustrazioni - quella di vedere gli Stati Uniti e il loro Presidente politicamente incapaci, nonostante un tentativo di equidistanza tra le parti in conflitto, di arrivare a un compromesso durevole. Molto dipenderà dai rapporti delle fazioni estreme - Hamas e destra israeliana - con questo processo di pace e con la nuova America di Barack Obama. Al momento, su Gerusalemme Est e sui rapporti con Hamas appunto, sembrano aprirsi le prime crepe nella pericolosa ma potenzialmente vincente strategia del Presidente.
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