Recensione film: Cloverfield
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| Titolo: | Cloverfield |
|---|---|
| Regia: | Matt Reeves |
| Cast: | TJ Miller, Michael Stahl-David, Jessica Lucas |
| IMDB: | 79/100 |
| Voto: | 63/100 |
Agli abitanti di Manhattan fischieranno le orecchie in questo periodo: dopo I am legend arriva nelle sale un’ulteriore rappresentazione catastrofica del loro habitat quotidiano.
Un gruppo di ragazzi si riunisce in un loft per salutare un amico che l’indomani lascerà la Grande Mela per andare a lavorare in Giappone. Una breve introduzione presenta i vari personaggi e in pochi minuti New York si trova nel panico, tra esplosioni e urla. Il tutto è testimoniato da un filmino amatoriale ritrovato anni dopo nella zona, ormai deserta ed abbandonata, un tempo conosciuta come Central Park.
Al tramonto degli anni ’90 The Blair Witch Project aveva fatto scalpore per il senso d’assoluta immedesimazione che l’uso della telecamera a mano aveva introdotto sul grande schermo. J.J. Abrams, l’ideatore di Lost insieme a Damon Lindelof, non se n’è dimenticato e, quasi 10 anni dopo, porta in sala il progetto Cloverfield. Un disaster movie sui generis che ben coniuga il fascino del terrore di massa provocato da un mostro alla Godzilla che distrugge la città e la sensazione puramente realistica che solo una ripresa amatoriale può dare.
Il film, grazie anche alla durata esigua di 74 minuti, gode di un ritmo incalzante, incedendo frenetico senza pause o impacci. Questa volta non c’è il Will Smith o il Bruce Willis di turno che cerca di salvare il pianeta, ma solo un gruppo di ragazzi più o meno credibili che scappano da qualcosa di cui non hanno minima consapevolezza. Proprio questo insolito punto di vista, diverso da quello tradizionale del regista onnipotente, dal punto di vista tecnico, e dell’eroe, dal punto di vista dell’intreccio, crea intorno all’invasione un fitto e coinvolgente mistero (il riferimento a Lost è palese).
Il regista Matt Reeves confeziona un prodotto ben girato e plausibile e, nonostante la camera a mano a tratti possa dare il voltastomaco, alcune scene si avvicinano ad un’esperienza in prima persona degna di un simulatore forse mai provata in modo così soddisfacente in una sala cinematografica.
Il basso profilo del cast è funzionale alla scelta (furba) della produzione di creare un alone di mistero e curiosità intorno al progetto che fino ad un mese fa, nonostante già girasse un trailer online (riecco Blair Witch Project), non aveva neanche un titolo.
In conclusione la Cloverfieldmania, già esplosa negli States, che facilmente seguirà il film è una ragionevole conseguenza di un lavoro totalmente privo di ispirazione nel senso più rarefatto del termine, ma ben curato sotto molti punti di vista, da quello tecnico a quello promozionale.
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