VENEZIA 65, concorso: Achilles and the Tortoise
Il paradosso di Kitano: l’arte senz’arte. Il maestro giapponese torna alle atmosfere de “L’estate di Kikujiro” ed incanta con un arcobaleno di invenzioni.
29.08.2008 - Riccardo Antonangeli
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| Titolo: | Achilles and the tortoise |
|---|---|
| Regia: | Takeshi Kitano |
| Cast: | Beat Takeshi, kazako Higuchi |
| IMDB: | -- |
| Voto: | 80/100 |
Quella dell’artista è un’esistenza assurda, stretta com’è tra la catarsi e la distruzione improvvisa. Ma c’è un genio nel panorama del cinema contemporaneo che nel fare dell’assurdo un’arte rimane ancora ineguagliato: si chiama Takeshi Kitano, ed il suo “Achilles and the Tortoise” è l’ennesima prova della sua irrefrenabile creatività.
Solo a lui sarebbe potuto saltare per la testa di rappresentare l’irrazionalità dell’essere artista proprio attraverso una dimostrazione per assurdo. E’ infatti uno dei paradossi di Zenone, il secondo contro il movimento, l’idea che sta alla base del film: Achille piè veloce non riuscirà mai a raggiungere la ben più lenta tartaruga, e l’inseguimento sarà così infinito.
Infinita è anche la ricerca dell’arte che Machisu intraprende sin dalla più tenera età, quando il sogno di dipingere viene alimentato dai complimenti di un amico di famiglia, già pittore affermato.
“Machisu aveva il sogno di fare il pittore, il sogno però era indotto” sono le parole che aprono il primo capitolo, nel quale vediamo il piccolo aspirante Matisse (Machisu-Matisse, assonanza non casuale…) dipingere tutto e tutti, dalle galline del pollaio agli insegnati di scuola. Fin qui tenero affresco di un’infanzia felice, il film si trasforma ben presto in tragedia quando l’azienda di famiglia va in bancarotta ed il padre, strozzato dai debiti, si impicca. Abbandonato anche dalla madre, Machisu viene affidato prima alle cure di uno zio malvagio ed infine lasciato in un orfanotrofio. La passione per la pittura è l’unica cosa che continua a vivere al suo fianco senza abbandonarlo mai, neppure per un istante.
Esplosione estatica di colori, l’opera di Kitano è spietata nel rappresentare la tragedia di un artista ossessionato dal talento che non possiede. Il cinismo con cui il regista giapponese si accanisce sul suo alterego, allontanando di volta in volta la meta cui tende, è però stemperato dai toni più vivaci della commedia, quando nella seconda parte del film vediamo un Machisu studente dell’accademia alle prese con esilaranti e goffi tentativi di “action-painting”. Si arriva poi alle lacrime quando, ormai uomo di mezza età, cerca di spingersi ai limiti tra la vita e la morte per trovare l’ispirazione giusta (irresistibile la scena della vasca da bagno).
Benché la sua vita sia tutto sommato il racconto di un fallimento, la figura di Machisu non è mai patetica nella sua perenne sconfitta. Anzi, la frenesia creativa che non conosce ragioni né opinioni, spesso contagia ed a lungo andare suscita un’ammirazione davvero genuina.
Il testardo Machisu è infatti l’unico a non arrendersi, l’unico che vive dell’arte senza esserne ucciso. E alla fine risulta essere proprio questo il cammino del vero artista, lungo una strada tortuosa ed infinita, che non arriva da nessuna parte, perché ciò che conta è nel mentre, l’atto creativo e non il suo frutto.
Prosegue la seconda, meno “cult” e più commerciale, vita di Joel & Ethan Coen. Questa volta però si può tirare un sospiro di sollievo: dopo “Prima ti sposo, poi ti rovino” e “The Ladykillers”, successi al botteghino ma cocenti delusioni per i fans più accaniti, arriva un film che, oltre ad incassare un mucchio di quattrini, riuscirà a divertire dall’inizio alla fine.
Quartier generale della CIA: l’analista degli agenti segreti Ousborne Cox viene licenziato e per vendicarsi decide di scrivere un’autobiografia, svelando così scottanti segreti di stato. Pochi giorni e la moglie Katie usa il licenziamento come pretesto per lasciarlo e potersi dedicare anima e corpo all’amante Harry Pfaffer, dongiovanni incallito. Dall’altra parte della città l’istruttrice di ginnastica Linda sogna l’intervento chirurgico che la renderebbe finalmente bella. Ma i soldi non ci sono e si deve purtroppo accontentare di improbabili e noiosi figuri raccattati in “love chats”. Fino a quando, insieme al collega tutto corpo e niente cervello Chad, si ritrova, chissà come, fra le mani proprio il CD contenente i dati top-secret dell’analista della CIA… E’ a questo punto che le storie e i personaggi si intrecciano, dando vita ad un grottesco “spy movie”, tra inseguimenti e rocamboleschi omicidi.
La banda di “idioti” protagonista della vicenda è nuovamente guidata da George Clooney, già eroe di imbecillaggine e stoltezza in “Fratello, dove sei?”. Accanto a lui Brad Pitt e Frances McDormand appaiono anch’essi più che mai a loro agio nelle idiozie senza tregua di cui si rendono protagonisti.
Sono proprio i personaggi a dare al film tutta l’energia di cui ha bisogno. E’ da sempre il talento più inimitabile e sopraffino dei Coen, autentici maestri nel dare vita a figure uniche, esilaranti e fuori dai soliti schemi. La trama appare così solo un mero pretesto per mettere in scena questa sagra del non-sense, che snocciola uno dopo l’altro sketch riuscitissimi in cui Clooney e Pitt riescono ad essere, oltre che star, anche bravi attori comici.
Infinita poi la schiera di personaggi di contorno, che con poche o nessuna battuta, illuminano dallo sfondo la scena: l’agente Olsen nella sequenza iniziale, l’addetto alle pulizie Manolo, il chirurgo estetico, l’avvocato divorzista, Ted, capo e ammiratore segreto di Linda.
Quando però verso la fine compare sullo schermo un John Malkovich in mutande e vestaglia che sorseggia alcolici a tutto spiano in bicchieroni di vetro, lo spettatore con nostalgia ricorda il mitico Jeff Lebowksy per rendersi improvvisamente conto che, in fin dei conti, davanti agli occhi ha solo una pallida imitazione.
Benché il rimpianto per il “Drugo” sia tanto, scompare quasi sul nascere. Ormai si sa: i Coen hanno una seconda vita e “Burn After Reading” ne è, ad ora, la più felice e “meno” idiota creatura.
CONFERENZA STAMPA
Come mai ha scelto di mostrare nel film i suoi quadri e non magari quelli di un artista famoso?
“Volevo utilizzare le mie opere perché credevo fosse più interessante che usare quelle famose e poi perché costano di meno…molto di meno.”
Ho una domanda sulle galline. Il tema del pollaio torna spesso nel film. Cerca per caso di riabilitare le galline? Che significato hanno per lei?
“Era mia intenzione dare una tonalità al film. E’ giallo. Le galline, il girasole sono simboli gialli. Volevo imitare Van Gogh, la sua sensibilità. La gallina poi è una cosa molto familiare, quotidiana. Non volevo cani o gatti. Avrei potuto scegliere il canarino ma era troppo piccolo.”
Questa parabola dell’artista maledetto, non è una storia troppo abusata?
“Nel film ho trattato come protagonista un pittore. A me piace dipingere, ma siccome i miei quadri non piacciono a nessuno ho cercato di dimostrare che non serve avere successo se uno fa ciò che più lo diverte.”
Qual è la concezione del tempo in questo film? Che importanza ha rispetto alle sue opere precedenti?
“In tutti i miei film non c’è un procedere nel tempo. Non c’è né sviluppo temporale né tempo specifico. In questo film invece, che inizia dall’infanzia e prosegue verso la vecchiaia, per forza bisognava seguire una linea temporale. E’ molto lungo descrivere la vita di una persona, ho cercato di abbreviare un po’ grazie ad un buon montaggio.”
I suoi quadri sono in vendita? Le hanno mai chiesto di comprarne uno?
“In Giappone me li chiedono solo gli amici. Allora io faccio una specie di sorteggio, estraggo dei foglietti…una sorta di lotteria. Se vuole partecipare…”
Cosa pensa del Leone d’oro? Pensa di vincere?
“Ho già ricevuto due premi su quattro film presentati qui alla mostra. Il Leone d’oro per Hana-bi e il premio per la regia di Zatoichi. Non vorrei chiedere di più, già sono contento. In Giappone pensano possa partecipare chiunque al Festival, ma non è così. Ci sono moltissimi registi che mandano film e vengono rifiutati, solo che poi non lo dicono… Quindi sono contento così, è già un onore.”
Il confronto con la morte è così necessario per un artista?
“E’ una storia dell’arte crudele. Ma l’artista non è che deve morire, volevo descrivere soltanto una cosa crudele. L’arte possiede una parte che somiglia molto alla droga. Io però non credo sia realmente così.”
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