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Mio fratello è figlio unico

08.05.2007 - Marta Di Veroli



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Accio è la disperazione dei suoi genitori, scontroso e attaccabrighe, un istintivo col cuore in gola che vive ogni battaglia come una guerra. Suo fratello Manrico è bello, carismatico, amato da tutti, ma altrettanto pericoloso. Nella provincia italiana degli anni '60 e '70, i due giovani corrono su opposti fronti politici, amano la stessa donna e attraversano, in un confronto senza fine, una stagione fatta di fughe, di ritorni, di botte e di grandi passioni. E' un racconto di formazione dove sfilano quindici anni di storia italiana attraverso le avventure di Accio e Manrico, due fratelli diversi, ma non troppo...
Luchetti sa che il suo cinema è personale, tocca la politica, la affronta, ma ciò che gli importa veramente sono le persone, perché sono loro che fanno il mondo. Ieri, oggi, domani. Quei volti, quindi, che lui approccia nei dettagli, a volte con la camera a mano, per dare ai protagonisti quel qualcosa di incerto, sono l'anima dei suoi film. Mentre racconta la storia dell'Italia del '68 (che a Latina non arriva) fra nero e rosso, due uomini legati dallo stesso sangue si confrontano, e Accio, sempre alla ricerca di una fede, da quella cristiana a quella fascista, per poi quasi perdersi nella sinistra, è la rappresentazione unica di un'incertezza manifesta di un paese allo sbando.
Amare il proprio fratello più di sé stessi è difficile. Se poi costui è Riccardo Scamarcio, beh, la questione diventa davvero spinosa. Non si può nascondere infatti che il buon Riccardino, Manrico nel film, è il più amato dalle donne (di cui la fan numero uno è sicuramente la madre, un eccezionale Angela Finocchiaro), nonché stimato, carismatico e bello. Eppure, per tutta la durata del film, gli occhi dello spettatore non riescono a staccarsi dall'altro fratello, Accio, interpretato inizialmente da un giovane e talentuoso Vittorio Emanuele Propizio e nell'età dell'adolescenza da Elio Germano. E che dire di quest'ultimo, se non elogiarlo fino agli starnuti? Perché effettivamente è lui che si vorrebbe abbracciare e poter rassicurare che tutto, ma proprio tutto, andrà bene. In questo spaccato di vita familiare che si srotola nell'arco dei favolosi anni sessanta, Daniele Luchetti riesce a dipingere senza presunzione una piccola grande famiglia di provincia, dove la storia politica fa da cornice, evitando di diventare padrona, lasciando tanto spazio ai due fratelli per maturare. Il cast stellare include anche Luca Zingaretti, nel ruolo di un nostalgico fascista, interpretato con ironica serietà, pregio di questo grande artista. Sorprese anche per gli amanti del teatro contemporaneo che potranno vedere cinque minuti in cui Ascanio Celestini diventa il prete che assolve il piccolo Accio. In finale, una grande pacca sulla spalla all'intera produzione di questo film ed un affettuosissimo abbraccio a tutti gli interpreti, in maniera particolare al fantastico Elio, che per due ore ci hanno fatto divertire e commuovere senza presunzione.
Luchetti tratta i suoi personaggi con amorevolezza, e il film splende di commovente partecipazione. Convincono i personaggi, così reali e veri, e la storia emoziona perché lo sguardo ironico e partecipe del regista, ridisegna i fermenti politici dell’epoca con la matita della tenerezza. In sottofondo: la politica come “gioco delle parti” e come scorciatoia per costruire un’identità. Attori tutti bravissimi, davvero.

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