Recensione: Star System, Se non ci sei non esisti
Robert Weide alla regia di un frizzante Simon Pegg affiancato dalla bella Kirsten Dunst e dalla giovane star di Hollywood in ascesa, Megan Fox.
14.05.2009 - Marco Bolsi
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| Titolo: |
Star SystemR: |
|---|---|
| Regia: | Robert Weide |
| Cast: | Simon Pegg, Kirsten Dunst, Gillian Anderson, Megan Fox, Jeff Bridges |
| IMDB: | 69/100 |
| Voto: | 70/100 |
Sidney Young (Simon Pegg) è un giornalista britannico a capo di una piccola rivista di scoop, il cui unico fine è demolire le immagini patinate dei vip. Dopo essersi intrufolato a una festa per i Bafta di Londra, e aver creato scompiglio tra le celebrità, il promettente reporter anticonformista viene chiamato direttamente a New York per collaborare con una delle più prestigiose riviste culturali del momento, Sharps. Sidney cerca di farsi notare con la sua linea politically incorrect che va contro i rigidi schemi dello star system su cui è impostato il giornale, ma la bellezza prorompente della nuova starlette hollywoodiana Sophie Maes (Megan Fox) e la semplicità della collega Allison (Kirsten Dunst) lo porteranno a una scelta difficile, diviso tra il rifiuto della sua natura indipendente e l’accettazione di un sistema di regole degradante e classificatorio.
Tratto dal racconto di Toby Young, How to lose friends and alienate people (tradotto in Italia con Un alieno a Vanity Fair), Star System è una fedele autobiografia del celebre giornalista britannico, contaminata dalla mano del regista Robert Weide, in un mix di commedia romantica americana e houmor inglese. Dopo L’alba dei morti dementi e Hot Fuzz, Simon Pegg affronta qui un personaggio più impegnativo, un vero leader, offrendo una performance brillante grazie anche al ruolo che gli calza a pennello. La sceneggiatura è costruita su gag divertenti, con qualche battuta volgare, in una successione piuttosto banale di equivoci e incidenti che seguono il binario del tradizionale happy ending. Molti ed espliciti i rimandi al capolavoro di Fellini, La dolce vita, che in fondo proponeva in chiave drammatica questo mondo di lusso estremo, frivolo, vuoto ma straordinariamente affascinante, usando un personaggio-guida, un giornalista di rotocalchi alla moda, Marcello. Ma mentre il finale felliniano è intriso di un’amara accettazione con il protagonista che è separato da Paola, simbolo di una possibile salvezza dal gorgo angoscioso in cui si trova, Star System è una commedia leggera che guarda con il binocolo questa affannata corsa verso il nulla.
Una satira meno impegnata dunque che tuttavia fa riflettere sul mondo parassitario dello spettacolo, fatto di feste private, attori snob e critici spocchiosi, pronti a vendersi per una posizione di successo. Certo siamo distanti dalla critica pungente de Il diavolo veste Prada, che offriva una prospettiva meno edulcorata sul mondo dell’editoria legato alla moda. Star System rimane comunque un buon prodotto di intrattenimento che strappa qualche risata grazie soprattutto all’interpretazione degli attori: oltre alla vena sarcastica e dissacrante di Pegg e al ruolo di ‘ragazza della porta accanto’ della Dunst, va menzionata la recitazione brillante di Jeff Bridges, che ricalca con toni celati e simpatici, il personaggio hippie de Il grande Lebowski. Autoironia e cast sopra le righe per una commedia all’ultimo sangue tra due realtà contrapposte: gli Stati Uniti, megalopoli in cui si rischia di essere inghiottiti, e una Gran Bretagna provinciale e rozza, ma forse più confortante.
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