Recensione: Skelling
Un insipido mix tra realtà e finzione
15.10.2009 - Pietro Salvatori
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Parte con il piede sbagliato Alice nella città, la sezione che include i film dedicati ad un pubblico under-18.
Forse puntando sul nome di Tim Roth, forse sul fascino di una storia che mescola realtà e finzione, pragmatismo e magia, gli organizzatori e i selezionatori probabilmente speravano in qualcosa di diverso.
Così come il pubblico, illuso nelle aspettative in particolar modo dalla presenza di Roth, convintosi, non si sa bene per quali motivi, a dare fiducia a questa piccola produzione britannica a firma di Annabel Jankel, passata alla storia per il non esaltante Super Mario Bros.
La storia è quella del piccolo Michael, sballottato tra un indesiderato cambio di casa, l’arrivo di una sorellina dal cuore debole e le amicizie da ricostruire nel nuovo quartiere.
Fin qui tutto normale.
Il fatto strano irrompe quando, nella baracca per gli attrezzi dietro la nuova casa, Michael scopre che si annida un vecchio e puzzolente barbone, che ama il cibo cinese, la birra scura e... gli insetti.
Skellig, questo il suo nome, nasconde un insospettabile segreto.
La Jankel tenta fin dalle prime battute mescolare gli elementi naturali creando un effetto straniante. Uccelli, scarafaggi, vermi, funghi, felci, sterpaglie. Il montaggio mescola tutto, introduce sequenze dal sapore ancestrale nel quale la natura ha il duplice effetto di spaventare ed inquietare. Al centro di tutto Skellig, al quale dà voce e corpo un Tim Roth che si sacrifica in una parte che non può che cedere al manierismo, lasciandolo imbrigliato in un corpo immobile per più di metà pellicola, gestito male e mortificato da un trucco che non paga il costo opportunità di una mimica facciale sostanzialmente azzerata.
Sullo sfondo la vicenda normalissima dei genitori e della piccola sorellina, sballottati tra i problemi del trasloco, la salute cagionevole della piccola e gli immancabili problemi di coppia.
Un cocktail che annoia presto, anche per una faticosa gestione dei tempi di battuta e per un plot ai limiti dell’elementare.
La domanda di fondo della regista, sostanzialmente riassumibile in “ma se gli uomini perdono la fiducia negli angeli, gli angeli perderanno la fiducia negli uomini?” aveva bisogno di ben altra impalcatura scenica per destare un qualsivoglia interesse.
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