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Recensione: Un alibi perfetto

17.11.2009 - Giovanni Ragosa



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Titolo: Un alibi perfetto
Regia: Peter Hyams
Cast: Micheal Douglas, Jesse Metcalfe, Amber Tamblyn, Orlando Jones
IMDB: 63/100
Voto: 35/100

 

Si potrebbe prendere spunto per aprire una discussione sull’utilità dei remake, territorio impervio in cui hanno fallito registi come Spielberg e Burton, quindi figuriamoci Peter Hyams, ma Un Alibi Perfetto non merita neanche questo onore, buono com’è solo per allietare gli anziani di tutte le età il sabato sera in tv.
Potete scegliere: la storia di un giovane giornalista che si mette nei guai per incastrare un ambiguo procuratore ma che forse ha degli scheletri nell’armadio ben peggiori di lui, oppure quella di un attore famoso sessantenne che se non si fa la barba allora interpreta un brav’uomo, magari un po’ frustrato, ma se invece è ben rasato è di sicuro un verme e mai ti viene il benché minimo dubbio in proposito.
Il titolo italiano per “Beyond a Reasonable Doubt” (remake di un omonimo film di Fritz Lang), “Un alibi perfetto”, già la dice lunga su dove si va a parare, ma bastano i primi dieci minuti del film anche allo spettatore poco attento per indovinare il finale. Per un thriller-legal-noir con finale “a sorpresa” non certo è il massimo. Potrebbe essere voluto, visto che arrivare in fondo si rivela impresa ardua. E’ frustrante (ma divertente, se presa dal verso giusto) vedere ancora in un film scelte tanto banali come le telefonate al protagonista e la scena del morso del cane per non dire del modo in cui viene innescata la “rivelatoria” sequenza finale.
Il piano messo in piedi dal protagonista per incastrare il procuratore è di un’assurdità quasi comica, per come è concepito e per come si svolge; i personaggi principali hanno un quoziente intellettivo che varia in funzione della sceneggiatura, deducono come Sherlock Holmes, agiscono come l’ispettore Clouseau.
Peter Hyams scrive, dirige e, non pago, fa anche il direttore della fotografia. Insomma, la colpa è quasi tutta sua: non c’è un solo passaggio originale, tutto si risolve, sempre, nella battuta e nella scelta narrativa più scontata possibile (esempio: poliziotto buono uccide poliziotto cattivo e sentenzia, con la pistola ancora fumante: “Non siamo tutti come lui”). 
Certi passaggi narrativi sono talmente banali ed irritanti che un fermo immagine con il regista che spunta e fa l’occhiolino sarebbe stato meno esplicito; in definitiva, un’imbarazzante fiera del luogo comune messa in scena senza uno straccio di idea.
Il cast è in linea con il resto: oltre a un mediocre e scontato Micheal Douglas ben rasato, Jesse Metcalfe e Amber Tamblyn competono per la prestazione meno riuscita, incapaci di dare spessore a ruoli già scritti malissimo in partenza; scritturati per avvicinare un pubblico adolescente ad un genere poco in voga, affondano in una sceneggiatura ai limiti del ridicolo.
Per chi arriva alla fine del film sveglio, però, c’è un premio: i peggiori trenta secondi di cinema della storia, dai fratelli Lumiere ad oggi e compresi i filmini delle vacanze dei vostri vicini di casa, non è poco.

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