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Recensione: Una vita tranquilla

Una sceneggiatura cucita addosso a Toni Servillo

02.11.2010 - Pietro Salvatori



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Gli echi e le suggestioni de Le conseguenze dell’amore, film che più d’ogni altro è servito da volano per la maturità artistica di Paolo Sorrentino, permeano lungamente e profondamente Una vita tranquilla, esordio drammatico di Cupellini, che già aveva fornito discreta prova di sé con Lezioni di cioccolata, commedia e sua opera prima.

Un uomo che conduce “una vita tranquilla”, come da titolo, ma che ha un passato oscuro, fatto di una famiglia abbandonata, di errori non rimedibili, di legami con la malavita.

Ma soprattutto, a richiamare l’analogia con il film del 2001, è la presenza dello stesso protagonista, quel Toni Servillo che rese grande e fu reso grande da una pellicola che incantò mezza Italia.

E se è pur vero che il personaggio pensato da Cupellini appositamente per il suo protagonista è più verace, più carnale di Titta de Girolamo, c’è anche da dire che tanto quella quanto questa sceneggiatura sono state confezionate prendendo le misure di Servillo al millimetro.

Lo troviamo nei panni di un ristoratore. Un italiano, come tanti emigrato in un paesino tra Wiesbaden e Francoforte. Una moglie, un bimbo, una station wagon e un pick-up. Ma soprattutto un ristorante, da Rosario, dove si propina ai poco raffinati avventori tedeschi piatti al gusto di cinghiale e gamberoni, dentro il quale ci si nasconde da un passato in agguato dietro l’angolo, che insidia “quindici anni perfetti”.

Sì perché Rosario in realtà non è Rosario, e l’arrivo al ristorante di due avventori italiani solleverà il coperchio ad un vaso che doveva rimanere chiuso ancora a lungo. Ma questa è un’altra storia, la storia del film, e rischieremmo di farvi perdere tutto il gusto.

Occorre semplicemente tenere presente che Cupellini costruisce un film che, pur privo di acuti, si modella solidamente intorno ad una sceneggiatura concepita con cura e ad un primo attore che da solo è capace di sostenere il peso di un plot.

Una regia poco brillante, statica, viene compensata da un’attenta cura dei particolari, dalle inquadrature alla cesellatura dei dialoghi, lasciandoci un film che si gusta con calma e con pazienza fino all’ultima scena

 

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