MEDIO ORIENTE - La contesa delle acque
Il futuro di Israele e Palestina si gioca anche sul controllo delle acque dolci
30.11.2011 - Claudia Quadruccio
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In molti vedono nell’acqua, “nell’oro blu” secondo una definizione sempre più in voga, la causa scatenante dei conflitti del XXI sec.
L’acqua come fattore di tensione è purtroppo un dato reale in quelle zone del mondo in cui i bacini fluviali sono condivisi tra più Stati. Le acque transfrontaliere, afferma il rapporto 2006 sullo sviluppo umano del Programma delle Nazioni Unite (Undp), mettono infatti “in relazione all’interno di un sistema condiviso, utenti dislocati in diversi Paesi. La gestione di questa interdipendenza rappresenta una delle grandi sfide dello sviluppo umano che la comunità internazionale si trova a fronteggiare”. Questo perché le tensioni che nascono attorno ad acque transfrontaliere riguardano e coinvolgono temi particolarmente sensibili come la sicurezza nazionale, le opportunità economiche, la sostenibilità ambientale e l’equità.
La zona considerata globalmente più a rischio di conflitto per l’acqua è il Medio Oriente. La questione idrica si affianca a quella politica e militare come fattore di destabilizzazione.
Nelle difficili e mai finite trattative di pace tra Israeliani e Palestinesi, la distribuzione e il controllo dell’acqua assume un ruolo di fondamentale importanza. Al centro della contesa c’è il fiume Giordano, politicamente e geograficamente diviso tra 5 Stati: Israele, il regno di Giordania, i territori palestinesi occupati (la Cisgiordania e la Striscia di Gaza ), la Siria e il Libano, ma sfruttato prevalentemente da Israele per la sua agricoltura. La maggior parte dell’approvvigionamento idrico di Israele deriva infatti dal controllo delle Alture del Golan (occupate nel 1967) che con i suoi fiumi, le sue falde acquifere e il lago di Tiberiade, costituiscono una riserva d’acqua preziosa, grazie alla quale Israele riesce ad irrigare gli insediamenti dei coloni fino al deserto del Negev.
La deviazione delle acque dolci ha gravi conseguenze, che portano allo svuotamento e alla salinizzazione del fiume Giordano verso il sud del Mare di Galilea, danneggiando l’agricoltura nel lato del fiume che fa capo alla Giordania e comportando una perdita di biodiversità pari al 50%.
La Convenzione Onu del 1997 ha stabilito che ogni Stato che condivida corsi d'acqua non soggetti alla navigazione, li gestisca in maniera «equa e ragionevole», e richiede “misure appropriate ai paesi rivieraschi per non causare danni a terzi”. Formule generiche che lasciano irrisolto il vero conflitto tra “il diritto assoluto alla sovranità” reclamato da chi sta a monte e vuole disporre liberamente delle proprie acque ed il diritto di chi è a valle “all’integrità del fiume”. Così il più forte detta le proprie regole approfittando dell’assenza di poteri coercitivi sovranazionali.
Chi controlla l’alto corso del Giordano ha il potere di svuotarlo, di bloccarlo, di deviarlo a discapito di chi sta in basso. La Risoluzione del Parlamento Europeo del 9 settembre 2010 riferisce che “la popolazione palestinese in Cisgiordania deve far fronte a gravi carenze idriche; gli agricoltori palestinesi sono duramente colpiti dalla mancanza di acqua per l'irrigazione, provocata dall'utilizzo della maggior parte dell'acqua in questione da parte di Israele e dei coloni israeliani in Cisgiordania e la disponibilità di risorse idriche sufficienti è essenziale per la vitalità di un futuro Stato palestinese”. Il basso corso del Giordano ha tra l’altro una forte valenza culturale, storica e religiosa: è conosciuto come il luogo dove è stato battezzato Gesù, scelto da Giovanni perché “c’era là molta acqua”, descritto nella Bibbia come “traboccante”. Oggi, a fronte del forte inquinamento, dell’eccessivo sfruttamento, della cattiva gestione e della mancanza di una cooperazione regionale, c’è il rischio fondato che lunghi tratti del fiume finiscano per prosciugarsi entro breve termine. Il Giordano è ormai un fiume privo di vita che ha perso il 95% delle acque utilizzabili.
La drammaticità della situazione emerge anche dai dati sulle risorse idriche in Medio Oriente: secondo quanto riportato dalla Green Cross International, questo angolo del mondo comprende il 5% della popolazione mondiale ma solo l’1% delle risorse idriche della Terra. Ad una crescita demografica sempre maggiore si accompagnanouna forte scarsità dell’acqua, un clima arido e basse precipitazioni. Questo fa dell’acqua la risorsa naturale più preziosa della regione.
Tra le varie iniziative messe in atto per favorire l'utilizzo pacifico del Giordano, si ricorda il Programma “Water for Peace - dal Potenziale Conflitto alla Cooperazione Potenziale”, programma internazionale realizzato congiuntamente da UNESCO-IHP e Green Cross International.
“Non può esserci pace finchè non vengono risolti i problemi idrici e viceversa. Sarà proprio l’acqua a determinare il futuro dei territori occupati e la pace o la guerra” (Thomas Naff).
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