Uno sguardo al di là dell’Europa
Il nuovo libro di Giuseppe Carrisi ci insegna come nasce la nostra ricchezza in Africa. Per capire come si vive, e si muore, al di là della fortezza Europa.
03.06.2009 - Feliciano Iudicone
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Il 26 maggio, presso il Centro Congressi della facoltà di Scienze della Comunicazione della Sapienza, è stato presentato "Tutto quello che dovresti sapere sull'Africa e che nessuno ti ha mai raccontato" con la partecipazione dell'autore Giuseppe Carrisi. Il giornalista, corrispondente RAI da anni in viaggio tra i diversi scenari di guerra dell'Africa, ha voluto riportare nel libro la sua visione sulle problematiche attuali del continente e diversi casi che testimoniano le dimensioni dei sui drammi: gettare un occhio al di là del Mediterraneo e chiarire nei loro tratti essenziali alcune dinamiche in corso in un continente che sembra sempre più faticare a liberarsi dal peso del colonialismo e, soprattutto, del neocolonialismo.
Nonostante la diversità dei paesi africani, sottolineata dall'autore stesso in apertura, un comune denominatore può fare loro da triste leit motiv: lo sfruttamento. Le ingenti materie prime sono troppe e troppo ambite per non generare tensioni e conflitti, con tutte le inevitabili ricadute sulla popolazione civile.
L'autore ha colto l'occasione per citare il recentissimo colpo di stato in Madagascar, mettendo a fuoco le motivazioni economiche che ne sono alla base. Nonostante la povertà dei suoi cittadini, il governo malgascio è arrivato a concedere 1'200'000 ettari coltivabili alla Corea del Sud, mettendo in difficoltà il sostentamento della popolazione locale; un'ultima ed esemplare evidenza di come gli interessi stranieri si fondano con il malgoverno comune a molti dei paesi africani. Un altro esempio notevole è quello di Goma, martoriata capitale del Nord Kivu, "dove ci si uccide per un pezzo di pane", come testimonia Carrisi, mentre le montagne nascondono quantità scandalose di oro e minerali estratte da operai che lavorano fino a 15 ore al giorno senza le protezioni adatte e senza una remunerazione decente. Gli esempi di Carrisi non risparmiano neanche il mercato dei fiori, in particolare delle rose e dei tulipani prodotti in Kenya e in Etiopia. Anche qui le lavoratrici operano senza protezioni finché il contatto con i pesticidi non le rende cieche e, quindi, inadatte al lavoro, quindi licenziate senza alcuna protezione sociale a loro sostegno.
Nuovi problemi si aggiungono, però, all'antica piaga dello sfruttamento del lavoro. L'autore parla, ad esempio, del traffico di droga, che, dalla Colombia, raggiunge l'Europa via Nigeria, mentre il suo abuso si diffonde anche nel continente nero; e non dimentica di menzionare la diffusione delle organizzazioni terroristiche negli stati del Maghreb, ma, soprattutto, nella lacerata Somali. Il bollettino di guerra potrebbe continuare ancora e, in tempi di ansia per l'influenza suina, i relatori non risparmiano la lotta all'AIDS, una questione più di interessi che di ricerca. Il principale ostacolo nella lotta al virus sembra infatti l'accesso alle cure, tra il sovraffollamento e la scarsità dei punti di soccorso, la mancanza di macchinari o di capacità e l'impossibilità di produrre in loco gli ultimi medicinali perché coperti da brevetto. Inoltre, anche quando il paziente raggiunge il medico, la malattia non è monitorata a causa degli ingenti costi di spostamento da affrontare.
Tuttavia non tutto in Africa è inaccessibile: l'accessibilità è funzione del profitto atteso, così anche nelle zone più povere si possono trovare le stesse nostre bevande e i mezzi per la loro conservazione.
Colpa dell'influenza delle multinazionali americane o della ex-madrepatria?
Non solo. L'aiuto allo sviluppo rappresenta una ghiotta occasione anche per altri paesi in via di sviluppo: negli ultimi anni la Cina (si è accaparrata concessioni e licenze in quasi tutta l'Africa. La manovra del dragone è molto semplice: tanti soldi concessi e poche, anzi nessuna, garanzia richiesta sui diritti umani. Una manna dal cielo per i governi più "discutibili", un rischio per le altre potenze coinvolte nel gioco, che ha innescato una concorrenza al ribasso (dei diritti e delle condizioni) che fa comodo a tutti tranne alle popolazioni che dovrebbero ricevere benefici. La Cina non è però l'unico nuovo partner; le fanno compagnia paesi come l'India, il Vietnam, il Pakistan. E così l'aumento dei prezzi delle commodities rivela il lato perverso della globalizzazione: ciò che avrebbe dovuto finalmente garantire una adeguata remunerazione ai paesi africani, prima ha gettato in miseria la popolazione, ora le sottrae quei terreni che avrebbero potuto garantire il riscatto e che le rapaci mani straniere si stanno rapidamente assicurando per il loro sostentamento. In tutto questo la società civile conta poco, anzi, tendenzialmente, più alta è la posta in gioco, minore è la partecipazione della scelta.
Anche qui un caso è emblematico: il giornalista cita il bombardamento di alcuni villaggi del Sudan ad opera del governo di Khartoum. Ribelli del Darfur? Infiltrazioni terroristiche? Cosa spinge un governo a bombardare i suoi sudditi dopo aver intimato con le buone e con le (meno) cattive di allontanarsi dai loro terreni? Semplice: un contratto di estrazione petrolifera, molto più proficuo di quattro capanne che hanno avuto la sfortuna di posizionarsi sopra pozzi di dollari.
A queste persone resta l'opportunità di cercare una nuova vita all'estero... in fondo lì, protesa nel Mediterraneo, c'è la penisola italica, ma forse quest'ultima opzione non è delle più praticabili.
E allora? Quali speranze ha oggi l'Africa di riscattarsi?
L'autore non dimentica di citare quelli che sono i, pochi, punti di forza del continente: la presenza delle donne in parlamento è significativamente più alta rispetto alla media europea, alcuni paesi registrano discreti tassi di crescita, mentre il Sudafrica potrebbe fare da traino per i paesi vicini. Tuttavia tutto ciò sembra davvero poco a fronte della drammatiche situazioni presenti in quasi tutto il continente. La crescita non basta allo sviluppo, anzi, a volte ne perpetua i meccanismi. Anche la macchina della cooperazione appare lenta e, spesso, male organizzata: l'Onu, vittima di veti incrociati, non riesce a prendere posizioni forti (vedi il caso del Sudan), e i suoi organismi dissipano spesso più dei due terzi del proprio budget in spese di organizzazione, la Banca Mondiale finanzia principalmente infrastrutture o progetti di sviluppo che non intaccano le cause strutturali della povertà (arrivando addirittura a promuovere l'introduzione di Export Processing Zones (EPZ); la nostra UE sta stringendo i paesi dell'Africa, dei Caraibi e del Pacifico (ACP) nella morsa degli Economic Partnership Agreements (EPA), accordi mirati all'apertura totale dei mercati del terzo mondo alla produzione europea, mentre l'Italia, ricorda Carrisi, è il secondo paese produttore e il quarto esportatore di armi.
Mentre la depredazione delle risorse del terzo mondo mantiene gli agi del primo, che sbandiera di fronte ai suoi cittadini benestanti il successo del proprio modello di sviluppo, l'erosione dei diritti dei lavoratori e dei sistemi di protezione sociale comincia ad allargarsi anche a casa nostra, producendo come risultato la vittoria di una cultura consumistica, identitaria e nazionalista, che si arrocca sulle mura di cinta del suo castello per respingere le invasioni barbariche. Gli invasori, per adesso, finiscono in mare, ma chi ci salverà dalle barbarie di casa nostra?
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