AFRICA - E' morto Khalil Ibrahim, leader del principale movimento ribelle in Darfur
Le truppe di Khartoum hanno ucciso il medico islamista che dal 2000 guidava l'opposizione al regime
27.12.2011 - Mauro Annarumma
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Khalil Ibrahim Mohammed, cinquantaquattro anni, medico, era il leader del maggiore movimento ribelle del Darfur, il Justice and Equality Movement (JEM). Numeroso e ben armato, il movimento ribelle che nel 2008 sferrò l'attacco alla capitale sudanese, Khartoum, ora perde il principale ispiratore e condottiero, che sapeva raccogliere il sostegno di Paesi come il Chad e la Libia e il consenso popolare in tutto il Sudan.
La notizia è stata diffusa il 25 dicembre dai media ufficiali, ma solo più tardi è arrivata la conferma del JEM: Khalil Ibrahim sarebbe morto in un bombardamento aereo il 23 dicembre alle 3.00 del mattino, mentre si trovava nel proprio accampamento. Ibrahim era atteso in Sud Sudan, il 28 dicembre, dove si sarebbe tenuto l'incontro per ufficializzare la formazione di un fronte unico di opposizione al governo di Khartoum, dopo gli accordi del mese scorso tra JEM e SPLM (Sudan People Liberation Movement).
Dapprima in Chad, poi in Libia fino alla morte di Gheddafi, la nuova posizione di Ibrahim non si conosceva, almeno ufficialmente. E' chiaro che la perdita del sostegno ciadiano, che con Khartoum aveva siglato un accordo per il blocco alle frontiere dei ribelli darfuri, e del leader libico ucciso nella guerra civile, ha pesantemente segnato il destino del più temuto oppositore del regime sudanese.
Il conflitto in Darfur: come Khalil Ibrahim ispirò la ribellione delle periferie.
Era il 2003 quando il mondo apprende del conflitto del Darfur, quello che Mukesh Kapila, coordinatore dei diritti umani in Sudan per le Nazioni Unite, alla fine dello stesso anno definì “la crisi umanitaria più grande del mondo”.
Attraverso i media internazionali, la natura del conflitto è stata semplificata nello scontro tra milizie nomadi arabe a cavallo, i famigerati “janjaweed”, appoggiati dal governo centrale di Khartoum, e le popolazioni stanziali di origine africana, per lo più dedite all'agricoltura. Una visione assai più appetibile da parte del grande pubblico, anche se la copertura del conflitto non ha mai conosciuto un grande successo, tanto da non essere mai stato scalzato, in tutti questi anni, dalle prime posizioni delle classifiche delle crisi umanitarie dimenticate al mondo.
In realtà il conflitto, sociale ancor prima che militare, nasce negli anni 80, quando lungo tutto il Sahel si affermava l'arabismo, la supremazia degli arabi in Africa, ed è assai più complesso.
Le discriminazioni a tutti i livelli verso gli “africani”, principalmente Fur, il 30% della popolazione totale, gli Zagawa, il 10 % del totale, e i Masalit del Darfur, si susseguivano incalzanti fino a portare alla presa di posizione di un gruppo ribelle anonimo, " i ricercatori della verità e della giustizia", il cui pensiero venne diffuso su larga scala per il tramite di un libro, il famoso “Black Book”, promosso dal leader del gruppo ribelle, Khalil Ibrahim. Nel libro si denunciavano, con tabelle ed esempi circoscritti, le ingiustizie subite nella società e nella politica sudanese da parte delle etnie “nere”.
In sostanza, si denunciava che l'8 % della popolazione sudanese, araba, gestiva da sola, e lo fa tutt'ora, le sorti di un intero Paese. E' la lotta, mai cessata, tra centro e periferie del Sudan, per la detenzione o spartizione del potere, politico e ancor più economico.
Il libro catalizza le tensioni del Paese: le tribù “nere” del Darfur si organizzano militarmente, e sferrano i primi attacchi a convogli e caserme. I principali movimenti armati si identificano nelle sigle SLA (Sudanese Liberation Army) e JEM (Justice and Equality Movement), il primo più numeroso e rappresentativo, legato principalmente all'etnia Fur, il secondo meglio armato e legato politicamente al leader islamista Hassan al Turabi, divenuto, dal suo arresto nel 1999, il principale oppositore di Omar Hassan al Bashir, con il quale aveva preso parte al colpo di stato del 30 giugno 1989.
Khalil Ibrahim, che ad Hassan al Turabi è legato sin dal Fronte Islamista Nazionale, sostiene dapprima il governo di Bashir, ma rendendosi conto delle discriminazioni perpetuate, svolta decisamente verso l'opposizione armata.
La risposta governativa non si fa attendere, si traduce in veloci pick up armati, consegnati alle milizie “janjaweed” che seminano il terrore tra la popolazione, e il massiccio bombardamento dal cielo. Si denunciano anche veri e propri programmi di rieducazione dei minori e ripopolamento arabo delle aree abbandonate.
In questo contesto, si inserisce anche l'estenuante lotta tribale a livello locale, per la carenza di risorse idriche ed alimentari.
Nonostante il Sudan sia tra i principali Paesi produttori al mondo di sorgo e segale, infatti, impegna il Programma Mondiale Alimentare nel più grande progetto di aiuti alimentari del mondo.
Chad e Sudan, il primo sotto protettorato francese, l'altro principale partner della CIA nella lotta ad Al Qaeda (ma finito sotto il bando commerciale da parte degli stessi Stati Uniti grazie alla pressione dei movimenti per i diritti umani) vedono di buon occhio le tensioni in Darfur, che proprio sul Chad appoggia parte dei propri confini.
Si aprono corridoi di armi e miliziani armati, tra tanti, tantissimi profughi che fuggono dai villaggi in fiamme.
La crisi in Darfur, oggi.
Secondo stime ONU, già nel 2006 si contavano oltre 300.000 morti e 400.000 rifugiati, oltre due milioni di sfollati. In tutto, poco meno del 50% della popolazione è stata direttamente coinvolta nel conflitto.
Le armi, nonostante l'embargo delle Nazioni Unite, sancita dalla risoluzione 1556 del 2004 e poi dalla 1591 del 2005, circolano massivamente.
A nulla servono anche i caschi blu di interposizione in Darfur, la cui missione, fondata sulla risoluzione 1769 del 31 luglio 2007, prevede il dispiegamento di 27.000 uomini a garanzia della sicurezza delle popolazioni locali.
In realtà il successo della missione appare da subito lontano, mancano uomini, mezzi, soprattutto elicotteri, per gestire un territorio grande come la Francia. Dei cinquanta Paesi che vi partecipano, quasi tutti sono africani, e avevano già dispiegato propri contingenti sotto l'egida dell'Unione Africana.
Ancora oggi, il bilancio della crisi del Darfur è pesante e non sembra destinato a migliorare. Sono poche le persone che superano il 35° anno di vita, molti bambini muoiono prima del 6° anno di vita, ogni giorno ne muoiono 75. La scolarizzazione è ancora molto bassa e si riesce a garantire una educazione minima solo al 65% dei bambini.
La maggior parte di essi, ancora nei campi profughi, soffre di depressione e disturbi post-traumatici. E il terrore, come otto anni fa, arriva ancora dai Land Rover che corrono sulla sabbia, con le armi montate e sempre pronte a sparare.
mauro.annarumma@italiansfordarfur.it
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