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EVENTI/WORLD AFFAIRS - Il diplomatico russo Aleksey Pushkov parla di Siria al Palazzo Santacroce a Roma

Confermata la linea del non-interventismo in Siria, si alla mediazione.

18.04.2012 - Fortunato Mangiola



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Nella splendida cornice di Palazzo Santacroce a Roma, il professor Alexey Pushkov ha illustrato, davanti ad una platea attenta ed interessata, le linee guida della politica estera russa alla vigilia dell'inaugurazione del terzo mandato presidenziale di Vladimir Putin.

Questo è stato il tema centrale della tavola rotonda organizzata dall’Ispi, Istituto per gli studi di politica internazionale, e dall’Ambasciata della Federazione Russa in Italia, in collaborazione con il Centro Russo di Scienza e Cultura di Roma, ieri, martedì 17 aprile.

Il discorso dell'accademico, direttore dell'Istituto di Relazioni Internazionali presso il Ministero degli Esteri russo, ha toccato vari temi: dai rapporti Russia-Unione Europea alla questione spinosa degli euromissili, dalla NATO alla nascente Unione Eurasiatica per finire poi a concentrarsi in maniera diffusa sul tema più attuale dell'agenda di ogni diplomatico: la crisi siriana.

Pushkov ha affrontato il discorso in maniera globale, non mancando di mettere in evidenza quelli che sarebbero gli effetti nefasti di un'eventuale caduta di Bashar al-Assad. Il dittatore, usando (quando necessario) il pugno di ferro, è stato capace di mantenere l'unità di un paese multietnico e multiculturale ed è indubbio che una sua caduta avrebbe ripercussioni importanti su tutti i gruppi minoritari. In primo luogo, gli alawiti, il gruppo religioso sciita di cui il presidente siriano fa parte. Pur non essendo i responsabili diretti della politica oppressiva del loro correligionario, essi, che costituiscono il 13% della popolazione siriana, diverrebbero oggetto di feroci rappresaglie da parte della maggioranza sunnita.

Secondo Pushkov, gli stessi cristiani, che al momento barattano la libertà di culto con l'assenza di diritti politici, rischierebbero di finire schiacciati in seguito al regime change, come in qualche modo insegna il caso iracheno, con una drastica diminuzione della popolazione cristiana, scesa da 1.400.000 a 400.000 persone dopo la deposizione di Saddam. Il risultato della caduta di Assad sarebbe, alla resa dei conti, il caos con la Siria che sprofonderebbe in una guerra civile, simile a quella in atto in Libia.

Proprio la consapevolezza di questa realtà spinge la Russia a non autorizzare interventi esterni nella regione. Assolutamente da scongiurare l'intervento armato (fortemente sponsorizzato da paesi come il Qatar e la Turchia), al n.32 di Boulevard Smolenskaja regna lo scetticismo anche a proposito di un'eventuale soluzione umanitaria. La ferita, apertasi con l'applicazione estensiva della risoluzione 1973 in Libia, non si è ancora rimarginata ed in sede di Consiglio di Sicurezza la Russia continuerà a porre il veto a qualunque proposta di operazione umanitaria, che giunga da occidente.

L'unica via percorribile per Mosca è quella della soluzione pacifica. Pushkov esprime grande fiducia nei confronti della missione di Kofi Annan e auspica che la mediazione dell'ex segretario ONU possa portare al più presto ad una ricomposizione dei rapporti fra il governo siriano e l'opposizione, spingendosi persino ad ammettere un'eventuale transizione del potere da Assad al suo vice.

La Russia, dunque, per salvare il popolo siriano dalla guerra civile punta tutto sul compromesso diplomatico. Pushkov ha diplomaticamente mancato di sottolineare, tuttavia, gli interessi geopolitici della confederazione nel Mediterraneo. Resta da capire quali alternative ci saranno ad un intervento armato nel caso in cui la missione Annan dovesse fallire. A quel punto, a Mosca saranno in grado di mettere a tacere le grida di guerra (umanitaria?) che riecheggiano da Istanbul a Washington, da Bruxelles a Doha?


 

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