WORLD AFFAIRS/ASIA- Dove va la Cina?
Il futuro politico del Dragone dopo il caso Bo Xilai
01.06.2012 - Fortunato Mangiola
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I recenti scontri al potere all'interno del Partito Comunista Cinese e la destituzione del leader comunista del Chongqing ed ex Ministro del Commercio Bo Xilai dimostrano, come si cercherà di spiegare nelle righe che seguono, la rotta politica ed economica che la Cina intende seguire negli anni a venire. Una rotta che, muovendo sempre più velocemente dal passato socialista, sembra possa portarla verso orizzonti sempre più liberali (economicamente, ma anche, forse, politicamente).
Il boom economico
Con un PIL di oltre 11 trilioni di dollari e un tasso di crescita annuo superiore all'8%, la Cina rappresenta oggi la seconda potenza economica globale, dopo gli Stati Uniti, paese del quale detiene le quote più consistenti di debito pubblico. Dal 2008 è, inoltre, il principale esportatore di merci al mondo e dal 2010 il principale importatore. In virtù della forza economica acquisita, svolge una politica internazionale dai contorni sempre più ampi (si pensi, a titolo esemplificativo, agli investimenti pesantissimi promossi nell'Africa subsahariana), potendo sfruttare altresì la posizione diplomatica privilegiata di chi possiede un seggio permanente al Consiglio di Sicurezza ONU e partecipa al codominio mondiale attraverso il G-2. Non sfuggirà al lettore, alla luce di questa premessa, che i cambiamenti politici all'interno della potenza cinese avrebbero un eco vastissima e conseguenze internazionali non di poco rilievo.
Alle origini della dirompente crescita cinese stanno gli stravolgimenti politici che dopo la morte di Mao (1976) portarono al potere Deng Xiaoping, esponente dell'ala riformatrice del Partito Comunista Cinese, affermatasi a scapito della “banda dei quattro”, la fazione più estremistica e conservatrice, capeggiata dalla moglie di Mao. Deng si fece promotore di una politica di cambiamenti, nota come “politica delle quattro modernizzazioni”, che aveva il suo fulcro nella riforma del sistema economico. Per realizzare la sua riforma, che portò il paese dal “socialismo reale” all' “economia socialista di mercato”, Deng non si servì di astratte elaborazioni che dal centro avrebbero dovuto promanare verso la periferia (modello invece seguito qualche anno più tardi da Gorbacev con la perestrojka), bensì estese a livello nazionale quelle riforme che, anche in contrasto con le direttive del Politburo, alcuni capi locali avevano introdotto nelle loro province.
La ricetta di Deng, che fin da subito si rivelò vincente, facendo della Cina il paese col più alto tasso di sviluppo economico, è diventata un orientamento seguito anche negli anni successivi. I vertici centrali, infatti, nella determinazione delle più ampie strategie nazionali prendono spunto dai casi di successo riscontrati in periferia. Con l'approssimarsi del passaggio del testimone (previsto per il 2012) fra il leader della quarta generazione Hu Jintao e il suo vice Xi Jinping, esponente della quinta generazione, tra le file della nomenklatura comunista si è accesso il dibattito su quali contenuti dare al prossimo ciclo politico e come al solito questi contenuti li si è andati a cercare in provincia. Due i modelli più attraenti: l' “Happy” Guangdong governato dal liberale Wang Yang e il Chongqing governato dal popolare Bo Xilai, fautore di una riscoperta del maoismo originario.
Tramonta il modello di Chongqing
Situata nella Cina centrale, con una popolazione che supera abbondantemente i 30 milioni di abitanti, la megalopoli di Chongqing ha rappresentato negli ultimi anni uno dei più fulgidi esempi del miracolo cinese. Dotata di particolare autonomia normativa (gode del rango di “municipalità” come Pechino, Shanghai e Tianjin) è stata trascinata al successo dalle riforme promosse dal leader del PCC nella regione Bo Xilai, figlio di Bo Yibo, uno degli Otto Immortali (l'elite che negli anni '80 e '90 accelerò la transizione della Cina verso il libero mercato).
Lotta spietata alla criminalità organizzata e alla corruzione, attenzione paternalistica ai bisogni sociali dei cittadini, rilancio della “cultura rossa” degli anni della Rivoluzione Culturale: questi gli ingredienti vincenti del “Chongqing model”, che hanno elevato Bo Xilai al rango di protagonista assoluto delle dinamiche di partito, facendone il campione dell'ala sinistra e hanno fatto parlare di lui anche in Occidente, dove è conosciuto con il soprannome di “Kennedy cinese”.
Visto con particolare favore da Xi Jinping, leader in pectore, il modello di Bo sembrava destinato a fare da apripista per una nuova stagione politica cinese, una stagione in cui finalmente le grandi ricchezze accumulatesi negli anni sarebbero dovute essere destinate non più al vantaggio di pochi, ma a costruire una società più giusta ed egalitaria. Liberalismo si, ma anche giustizia sociale, perchè se la Cina negli anni è diventata una potenza economica mondiale, il benessere dei cittadini non è ancora paragonabile a quello delle più progredite società occidentali.
La stagione di Bo, tuttavia, non verrà. Il tempo in cui veniva acclamato come un “super-eroe”, in lotta per il bene della Cina contro i poteri forti è finito. Ed è finito anche il tempo, in cui il neo-maoismo radicale invocato nella campagna per la “cultura rossa” e il ritorno agli ardori rivoluzionari anti-revisionisti in seno al PCC sembrava poter frenare le derive riformiste nel vecchio Paese di Mezzo.
L'epoca dello “sviluppo nel socialismo” si è arenata contro lo scoglio di uno scandalo che ha colpito proprio il suo artefice principale. L' “incidente di Wang Lijun” ha avuto luogo lo scorso febbraio, quando il capo della polizia di Chongqing Wang Lijun, un fedelissimo di Bo, che lo aveva avuto alle sue dipendenze anche all'epoca in cui era governatore del Liaoning, si è recato presso il consolato americano per denunciare alcuni presunti illeciti commessi dal suo superiore, definendolo “il più grande gangster della Cina” (con particolare riferimento al coinvolgimento nell'omicidio del cittadino britannico Neil Heywood). Il caso ha avuto, subito, risonanza nazionale e ha “costretto” il Partito Comunista Cinese a estromettere Bo dal Politburo, sancendone di fatto la morte politica.
Ad eseguire il requiem ci ha pensato lo stesso premier Wen Jiabao, quando, nel corso del 18esimo congresso del PCC, si è così espresso: “Tragedie storiche come la Rivoluzione Culturale in Cina possono accadere di nuovo se il Paese non riesce a portare avanti le riforme politiche per sradicare i problemi della società”.
"Happy China"
Escluso, dunque, il modello Chongqing ed emarginato Bo Xilai, il Paese guarda a Wang Yang e al suo modello di sviluppo nel “felice Guangdong” come al più adatto a portare avanti le istanze riformiste e il progresso della nazione.
Con un PIL di 165 miliardi di dollari (12% del prodotto interno nazionale), il Guangdong è la regione più ricca della Cina. Da qualche tempo, però, essa è teatro di numerosi scioperi e manifestazioni degli operai, che chiedono a gran voce un abbassamento dei prezzi dei generi alimentari e un miglioramento dei salari e delle condizioni di lavoro. La protesta è stata cavalcata da Wang Yang, segretario del Partito Comunista della regione, il quale ha lanciato la campagna per una nuova era del Guangdong: l'era della felicità. Gli slogan di chiara ispirazione confuciana “Guangdong: be happy” campeggiavano in ogni angolo delle strade di Canton e annunciavano alla popolazione il lancio di una nuova strategia, volta ad accrescere il benessere sociale attraverso una maggiore liberalizzazione dell'economia e sostanziali aperture politiche. Negli schemi di Wang, il popolo avrà, seppur indirettamente, il potere di scalzare la classe dirigente, la cui permanenza al potere sarà infatti subordinata al raggiungimento di determinati “standard di felicità” nelle circoscrizioni governate.
Gli eventi del Guangdong e le luci della ribalta accesesi sul personaggio di Wang testimoniano la volontà (oltre che la necessità) di trasformazione politica della società cinese. Chissà, dunque, che presto a Pechino non campeggino slogan del tipo “China: be happy”. Sicuramente la strada intrapresa si inserisce nel solco del liberalismo e della continuità riformistica. Adesso tutti hanno voglia di essere felici e nessuno più si ricorda di Bo Xilai e dei suoi propositi di ritorno alla purezza del maoismo.
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