Recensione Gli abbracci spezzati
Pedro Almodovar realizza il suo 81/2 insieme all' inseparabile Penelope Cruz
11.11.2009 - Valentina Ariete
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| Titolo: | Gli abbracci spezzati |
|---|---|
| Regia: | Pedro Almodovar |
| Cast: | Penelope Cruz, Lluis Homar, Blanca Portillo, Jose Luiz Gomez |
| IMDB: | 72/100 |
| Voto: | 70/100 |
Arriva un momento nella carriera di ogni artista in cui si riflette sul significato dell'arte, la propria e in quanto concetto astratto.
Picasso ha avuto vari periodi, Thomas Mann ci ha scritto un romanzo e Fellini ha realizzato 8 ½.
Anche per Almodovar è arrivato il momento dei bilanci, delle riflessioni, della maturità.
Dopo due Oscar e un numero infinito di premi, Almodovar nella sua ultima fatica riflette su ciò che ama di più: il cinema. Mateo Blanco è un regista che ha perso la vista e che da quel momento si fa chiamare Harry Cane: attraverso il flusso discontinuo e dolente dei suoi ricordi apprendiamo come 14 anni prima sia diventato cieco e quale sia la storia celata nel suo ultimo film "Ragazze e valige".
Coloratissimo, pieno di citazioni e autocitazioni (la pellicola di Mateo si rifà chiaramente al geniale Donne sull'orlo di una crisi di nervi), tacchi a spillo, donne un pò vittime un pò puttane, passioni al limite della follia, ossessioni, carnalità: Almodovar non abbandona il suo stile inconfondibile ma allo stesso tempo perde sia l'ironia sia la drammaticità delle sue grandi opere.
La vicenda narrata infatti diventa presto un puzzle discontinuo e secondario, il vero protagonista è il processo creativo in sè: il regista fa della sua vita un'opera d'arte, vita che spesso supera la finzione.
L'arte che imita la vita che imita l'arte: il personaggio di Lena - la sempre intensa e bravissima Penelope Cruz, ormai trasformata in vera icona pop dal regista che più di tutti ha saputo valorizzarla - vorrebbe diventare attrice ma il dramma della sua vita è molto più avvincente e triste del suo alterego di celluloide. Un film sulla necessità di fare cinema non per uno scopo preciso, ma per un fine che è rappresentato dalla pellicola stessa. "I film bisogna finirli anche ad occhi chiusi, non importa come" questo dice Mateo-Almodovar alla fine della storia: la necessità di raccontare, di creare artifici per l'amore dell'arte e delle storie.
Un argomento non nuovo certamente e che spesso sfugge di mano al regista spagnolo, che abbandonando l'ironia spesso appesantisce la pellicola, ma siamo comunque di fronte ad un'opera - realizzata da un grande artista della macchina da presa - che, nonostante i suoi difetti, rimane un lavoro interessante e da non perdere.
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