| Titolo: |
Recomposed By. Music By Maurice Ravel & Modest Mussorgsky |
| Artista: |
Carl Craig & Moritz Von Oswald
|
| Etichetta: |
Deutsche Grammophon |
| Anno di uscita: |
2008 |
| Genere: |
techno, chill-out
|
| Voto: |
8 |
A dispetto del dileggio di cui è stato vittima dal punk in poi, “
Pitctures At An Exhibition” nella versione di
Emerson, Lake & Palmer rimane un gran bel sentire, penalizzato soltanto dalla piattezza dell’incisione e dal finale un po’ sopra le righe. Lo citiamo perché rappresenta l’epitome dell’opera classica riletta in ambito popular: chiunque storca il naso innanzi a simili operazioni, ha di sicuro in mente quel maltrattato album del 1971.
Vadano tranquilli, gli snob di cui sopra: mentre gli ELP non fecero che eseguire l’opera rispettandone la partitura – nonostante l’arrangiamento da complesso rock –,
Carl Craig e Moritz von Oswald preferiscono mescolare le carte in tavola.
L’espediente consiste nello scorporare digitalmente le registrazioni di alcune opere di
Ravel e Mussorgskij (nelle versioni dirette da
Herbert von Karajan), isolando questo o quel passaggio, questo o quel suono. I suddetti stralci forniscono quindi la base su cui modellare qualcosa che non segue affatto lo sviluppo delle composizioni originarie: in più di un tratto fungono anzi da puro abbellimento, incastonati in un paesaggio elettronico creato ex novo dai due produttori e valido anche se preso a parte. Per questo motivo la copertina sentenzia “
Recomposed”: si tratta a tutti gli effetti di partiture indipendenti da quelle dei due storici compositori.
La cosa non rappresenta una novità assoluta a livello concettuale (per quanto non sapremmo citare musicisti techno che abbiano già operato in tal senso), ma il risultato è comunque qualcosa di inaudito. L’“
Intro” consiste in un dolce fluido
ambient di sei minuti: un
drone di sottofondo e una melodia flautata che ascende come il vapore di un prato in una mattina di fine inverno. Pensare a quanto potesse riuscire tronfia una simile operazione, e a quanto è invece delicata questa parte iniziale, lascia senza parole: viene da provare affetto sincero per queste due persone, per la loro intelligenza e sensibilità.
Verso il quarto minuto, nel bel mezzo del Paradiso, inizia a sorgere l’andamento ritmico del “
Bolero”. Seguono quattro movimenti, numerati progressivamente, in cui sul tappeto percussivo del “Bolero” si sviluppano particelle melodiche reiterate secondo le tecniche del minimalismo. Il secondo movimento, ad esempio, fa scorrere sfarfallii fiatistici a velocità folle, limitandosi a modificare il tono di tanto in tanto: la fonte è “
Pictures At An Exhibition”, ma più che
Mussorgskij sembra di ascoltare un’ipotetica partitura per ottoni di
Terry Riley. Il terzo e il quarto movimento vedono von
Oswald salire alla ribalta: sono due tracce in pieno stile
Basic Channel, con i
beat elettronici che finiscono col soffocare la pulsazione raveliana, mentre sciami di
synth si avviluppano seguendo le dinamiche della
scuola techno berlinese, di cui il Nostro fu profeta. Si tratta di suoni in apparenza secchi e esili, ma capaci al contrario di giocare con lo spazio e generare una dimensionalità del tutto peculiare.
Dopo l’“Interlude” ambientale è però Craig a dominare: il quinto movimento si apre con una porzione della “
Rapsodie Espagnole” ripetuta ad libitum e mandata in crescendo. Il cuore balza in gola quando un avvolgente beat detroitiano si manifesta all’improvviso, proprio durante lo zenit orchestrale, per poi svanire dopo alcuni minuti e lasciare la melodia di Ravel immersa in una poltiglia di suoni pseudo-organici. Il sesto e ultimo movimento mette quindi in scena una sorta di cocktail-lounge per il terzo millennio, fra percussioni suonate dal vivo e produzione ovattata, tanto ruffiana quanto di classe.
Chiudiamo rivolgendo un pensiero a
Moritz von Oswald, che si sta pian piano riprendendo dall’ictus che lo ha colpito lo scorso ottobre: la musica – e chi la ama – ha ancora troppo bisogno di gente come lui.