Recensione: Danzig - Red Deth Sabaoth

04.12.2010 - Massimo Sannella

Titolo: Deth Red Sabaoth
Artista: Danzig
Etichetta: The End Records
Anno di uscita: 2010
Genere: Metal
Voto: 5

 

“Stremati o non stremati, ma i Danzig son tornati”. Il vocione da baritono di Glenn Danzig risuona minaccioso tra le volte del nuovo disco "Deth Red Sabaoth", dopo sei anni d’attesa e varie dicerie sul suo conto, ed è un approccio che fa dimenticare i passati punk-core della sua creatura horror occultista di nome Misfits e riguadagnare i sistematici riffoni metal blues che scintillano rinati alla faccia della “tirannide temporale”. Ad onor del vero il cromatismo plumbeo che tinteggia il background della band newyorkese e del leader Glenn è intatto, le allucinazioni atmosferiche che sfogano nello stoner si sono rinforzate, come infuocate di metal risultano le pedaliere torturate dai piedi, ma è la forza oscura, dark e graved che minaccia e spadroneggia in tutte le architetture della tracklist, una maledizione sommessa e mal trattenuta dal vocione sgraziato e balordo che sembra avvilupparsi tra le cinematiche di Tim Robbins e le black  room d’anima di Jerry Cantrell degli AIC e Johnny Cash. Vengono pizzicate tutte le sfumature del suono pesante, una esorcizzazione di massa che vuole ancora affermarsi nella propulsione claustrofobica ma ammorbidendone un poco le unghiate laceranti e le occhiate perforanti; ogni tanto c’è un’eccezione giustificante che può far dormire sonni tranquilli – fino ad un certo punto -  come nella ballatona "On a wicked night", ma poi il terreno torna a tremare sugli excursus panoramici che sondano e calpestano gli stadi alti ed intermedi della durezza. Lo spirito Danzig percuote il grunge liberatorio e corale "Deth Red Moon", schiaffeggia il doom Osbourneano "Night Star Hell", rivitalizza il classic hard-rock con smerigliate luride di blues "Ju Ju Bone" e - prima di richiudersi nel buio del black metal che affumica le pene sacrificali di un Jim Morrison redivivo "Left Hand Rise Above" – si concede un pò d’aria sciamanica e mistica "Pyre Of Souls": Incanticle, traccia tossica che  prima sintetizza l’ascesi mantrica con intrecci di chitarre acustiche, aggeggi etnici e pianoforti poi, in caduta libera, ritorna a rifugiarsi nell’horror punk-rock a sottolineare che in fondo il primo amore non si scorda mai. Un disco che tutto sommato non concede scelte, prendere o lasciare, che può dare un risultato finale sotto la sufficienza per la stanchezza d’ascolto, un dieci e lode per la testardaggine e per la ritrovata energia o alla peggio un giudizio medio per  la storia che li ha considerati; noi, giudici di penna “dell’astension facciam bandiera”.